Afran è stata una rivelazione primaverile: una sua scultura in mostra da Maec di via Lupetta, ci ha fatto sperare di vedere presto una sua personale per meglio indagare la sua ricerca, possibilmente con una ricchezza antologica. I nostri desideri si sono realizzati con Involucrum presso la stessa galleria fino al 25 novembre, a cura di Angela Madesani.

 

Afran a MaEc, particolare

Afran, particolare di una scultura, ph. Viviana Cerrato courtesy MaEc

 

Riconosciamo uno stile inconfondibile, teso a sublimare l’analisi sulla società contemporanea attraverso l’arte. Afran riflette sul presente con il linguaggio d’oggi, osservando l’esempio artistico del passato, con la capacità di materializzare un forte simbolismo mediante una plasticità schietta, data dalla confidenza del volume per la sua formazione da ceramista, nella ricombinazione di materiali di uso quotidiano come la stoffa e le cerniere per i capi in jeans, lattine o altri oggetti.

Il titolo Involucrum è emblematico: si riferisce alla classicità nella lingua latina, è la forma apollinea di tante sue sculture, ma il significato di questa parola corrisponde al contenuto del lavoro artistico di Afran, rivolto al discorso sull’apparenza del mondo odierno, al condizionamento dei nuovi mass media, al desiderio di partecipazione del suo mondo con la memoria e la storia di tanti osservatori.

 

 

Involucrum, mostra personale di Afran

Afran, i suoi nudi di jeans, sullo sfondo la scultura Scheletro di Niente, ph. Viviana Cerrato, courtesy MaEc

 

Afran è stato la nostra guida d’eccezione alla mostra, dimostrando consapevolezza dei suoi intenti e del suo percorso,  identificando il processo come una delle strutture portanti della sua poetica.

Se gli si domanda cosa c’è di Afran in una sua opera infatti risponde partendo dalle tappe di realizzazione, dallo studio delle proporzioni della scultura classica, per poi passare alla raccolta del materiale tessile che lo mette in contatto con numerose persone che donano i loro abiti. Nelle sculture realizzate intrecciando parti di jeans attorno ad uno scheletro, il materiale racchiude le storie di chi possedeva una fibbia, un’etichetta: sono le stesse persone che ad una mostra successiva riconoscono da quegli elementi il capo che hanno indossato, “ tengo molto a tutti quel rapporto umano che si stabilisce con la persona che affida un suo vestito perchè “fanno parte della mia opera”.

 

Scultura di Afran da MaEc

Afran. la sua Venere di Milo in jeans, ph. Viviana Cerrato courtesy MaEc

 

All’interno però Afran nasconde un oggetto di sua scelta che mai verrà svelato e in questo modo riesce a “chiudere il cerchio”, l’illusione di un anima racchiusa nell’abito che in verità è solo simbolo di ostentazione nell’apparire si compensa nell’impossibilità volontaria di condivisione di quell’oggetto. In un mondo dove tutto è in vista regala un mistero a sé stesso e alla sua opera, qualcosa di spirituale. Insomma in una sua scultura in jeans il percorso creativo rappresenta un pezzo di memoria personale e della storia contemporanea, un’eredità dei nostri tempi che si immagina possa essere esemplificativo se qualcuno ritroverà tra cinquanta o cento anni.

 

 

Testa di Afran in mostra da MaEc fino al 25 novembre

Afran, Autoritratto per Involucrum.

 

La decisione di intraprendere una ricerca con la scultura cresce parallelamente alla scelta del tessuto jeans, che spesso il pubblico associa al suo lavoro. Ci spiega di come le intenzioni fossero di lavorare sul semplice ready made, il jeans per quello che rappresentava, interessante perché  “si usa in tutto il mondo senza confini da quando è stato inventato.Tutti indossano jeans, giovani anziani donne e bambini, dall’Africa all’Asia al Sudamerica”. Ma il gioco sta nella vestizione di nudi, il jeans disegna la figura di Veneri di Milo a figura intera, oppure di volti in sculture differenti: il passaggio è “dalla concettualità del jeans per arrivare alla materializzazione, alla scultura”. L’oggetto vestito è decontestualizzato nell’identificazione con il corpo stesso, l’apparenza coincide con la sostanza, perché nella società contemporanea noi siamo apparenza sempre.

 

Afran di fronte all'opera Tifosi senza Colore

Afran. In viaggio attraverso Involucrum, ph. Sofia Obracaj

 

Ma tra tutto ciò che indossiamo il jeans può essere logicamente assunto ad emblema della vita contemporanea, casual nel contesto di una società molto casual per l’artista, dove non vogliamo più rinchiuderci in ideologie ma sentirci liberi di interpretare a modo nostro la quotidianità. Nato in Europa la sua produzione inizialmente negli U.S.A. è spostata quasi tutta in Asia e ultimamente in Africa.. Per il fatto di riconoscersi democraticamente nel vissuto di tutto il mondo è dal punto di vista di Afran “un bellissimo ritratto della contemporaneità, che ha un valore universale così come la rappresentazione del corpo”.

Come il jeans unifica il mondo geograficamente, così il nudo ricollega epoche lontane sempre sotto forme e significati diversi. Sul corpo è stata scritta la storia della nostra percezione del mondo e anche per la riflessione di Afran è un ponte tra passato e presente, che non si limita alla contemplazione estetica ma al quale chiede di “parlare” in senso concettuale. In effetti il corpo è una delle più potenti arme simboliche di tutti i tempi, che nel novecento è stato esplorato in vario modo, spesso come metafora di un conflitto, comunicando con la sua gestualità, se pensiamo alla body art e alla performing art.

 

Afran, Involucrum, particolare

Afran, Tifosi senza colore, particolare, in mostra presso MaEc

 

Il messaggio che Afran affida al corpo costruito col jeans sta nella constatazione della necessità tutta contemporanea di personalizzazione, il vestito è l’elemento che caratterizza per lui più d’ogni altro la nostra società. Oggi desideriamo tutto sur misure: “con i nuovi mezzi di comunicazione e le applicazioni per gli smartphones cerchiamo sempre di soddisfare qualunque nostro desiderio o capriccio, di ritagliare per noi una soluzione facile a ogni problema”. Quindi rappresentare l’anatomia con un vestito così aderente non solo da coprire il corpo ma da abitarlo per diventare esso stesso un soggetto classico, estremizza la richiesta di voler avere tutto su di noi, sulla nostra misura.

 

Afran, Venere da MaEc

Involucrum, nudi di jeans e Scheletro di Niente, ph. Viviana Cerrato courtesy MaEc

 

Molte volte è stato chiesto ad Afran se la scelta del materiale coinvolga anche l’idea del suo recuperoSaremmo portati fuori strada visto che non si tratta di una preoccupazione primaria. Se il riciclo o il reimpiego nella formazione di un’opera d’arte si associa ad una “visione populista” del compiere un’azione per la salvaguardia del pianeta, qui la funzione del jeans o di altri materiali in effetti usati è diversa dall’originaria, ha l’esclusivo scopo di sintesi concettuale, semplicemente sono stati usati perchè congeniali al messaggio. E tanto populismo alieno all’artista moderno è racchiuso  nel termine etnico, che qualcuno ha usato ( nel 2017!) in questo contesto, limitando la comprensione del l’operato di chi è ormai volente o nolente cittadino del mondo globalizzato. E’ chiaro che non si intende negare una base culturale di partenza, la quale però convive con gli strumenti appresi in un percorso, questo termine nasconde l’attenzione alla realizzazione tecnica o all’adesione ad un gusto che dovrebbe prevalere sul suo contenuto, mentre è per Afran quest’ultimo il motore propulsivo della genesi dell’opera d’arte che si consegna all’umanità per il suo valore universale.

 

Scultura di Afran con tessuto, fibbia e cinture in jeans

Afran, un corpo sur misure presso MaEc

 

Però siamo curiosi di trovare nella sua ricerca due ispirazioni specifiche provenienti dal mondo artistico italiano e camerunense, e ci rendiamo sempre più conto della sua vocazione all’idea e al procedimento che confluisce in uno stile processuale. Dell’Italia senza esitazioni cita Bruno Munari: ciò che conta per Afran è il suo principio di poter utilizzare elementi della vita comune cambiando completamente il loro senso nella ricombinazione degli elementi nell’atto creativo. Qui è lo spiazzamento del trovare la stessa suggestione del jeans al mondo di leggerezza e superficialità della moda in una galleria, destabilizzato nella sua essenza, a materializzare la condizione dell’uomo nella società dei consumi.

Dell’Africa porta con sé non tanto un lessico quanto la necessità comunicativa sottesa all’opera, la tendenza a denunciare fatti dell’attualità mediante l’arte e i suoi simboli, “c’era un messaggio nascosto in tante opere d’arte che vengono magari in occidente sono catalogate come rituali o decorative avevano invece una forte carica di critica sociale, messaggi molto forti che venivano nascosti per sfuggire alla repressione.

 

Teste in jeans di Afran con Involucrum

Involucrum, Particolare di Tifosi senza Colore di Afran, ph. Sofia Obracaj courtesy MaEc

 

Dal corpo passiamo all’osservazione del volto: se nel primo rivive una grazia apollinea pur se destabilizzata dalla moltitudine dei pezzi di indumento, nei volti questa armonia è disintegrata, li vediamo angosciati, bloccati nell’espressione agghiacciata che corrisponde al desiderio di gridare qualcosa, e che il tessuto è una chiara limitazione alla loro possibilità di comunicare.

Conferma l’intuizione Afran che racconta come i visi siano stati i primi elementi del corpo ad essere rinchiusi nel jeans, idea particolarmente straniante se si pensa che comunemente non vestiamo in occidente il volto: l’operazione su questa parte anatomica è particolarmente inquietante perché enfatizza l’invadenza dell’abito che sta arrivando fin dove non avevamo previsto, la rappresentazione estrema del contrasto tra la superficialità “fashion” e il dolore non ascoltato.

 

Volti di Afran

Afran. Involucrum, ph. Viviana Cerrato courtesy MaEc, particolare

 

Il collo che fa da piedistallo a due teste ci ricorda Afran che si ispira ai rami contorti e rampicanti del glicine o di un bonsai, che con insistenza crescono alla ricerca di luce, che devono comunque in ogni caso vivere, “ è il ritratto dell’uomo d’oggi che ha perso molte sicurezze, molte verità che erano state stabilite, ma che sta cercando di uscire, di trovarne ancora. Egli sta cercando nuova luce”.

 

Dipinti pop di Afran

Afran,Little e Boy e gli altri, Involucrum, ph. Viviana Cerrato courtesy MaEc

 

Involucrum è divisa secondo la concezione di Afran in due parti distinte, corrispondenti nella prima e nella seconda sala al pianterreno della galleria Maec.

Prima si incontra quella monocromatica con i jeans e poi la più colorata con i quadri, sempre volutamente plastici nell’accumulazione del materiale. Ci spiega che sono “due facce della stessa medaglia: la prima sala si riferisce al mondo sempre più omologato e monotono, anche per la globalizzazione, visto che con i nuovi mezzi di comunicazione tutto è più vicino e si mischia si contamina più facilmente, risulta più povero nel perdere la sua diversità”, mentre la seconda sala racconta un universo molto più propositivo, forse in maniera esagerata. Afran ci offre un esempio chiaro:  quando si ricerca sul web una parola, trovi molti risultati anche non afferenti alla richiesta. l’informazione è così ricca da venir meno, “la profusione genera fake news”.

 

Un dipinto di Afran per Involucrum

Afran, Trump come icona della profusione informativa, mostra Involucrum

 

Questa quadreria presenta ritratti di personaggi influenti della scena contemporanea rappresentati come icone pop emergenti da lattine schiacciate provenienti da tutto il mondo, circondati da scritte. E’ un mix di medium e di parole che “ rendono il tutto complesso al punto che non si sa su che cosa soffermarsi..dove era il mio obiettivo, sul drink, sugli slogan o sul ritratto. E’ la stessa complessità che ritroviamo nei nuovi mezzi di comunicazione. Ad esempio per Kim Jong-un sotto il viso si legge “little boy”, che potrebbe essere riferito al giovane dittatore che terrorizza il mondo ma è anche il nome della prima bomba atomica scaricata su Hiroshima. Il richiamo ad un passato già conosciuto che potrebbe ripresentarsi è quindi un invito alla responsabilità di andare ad indagare nelle fonti, mentre la lattina rende l’idea della superficialità con cui “ci ubriachiamo di informazioni in maniera passiva”, Afran le utilizza di provenienza internazionale perché oggi le problematiche emblematizzate dai personaggi sono globalizzate.

 

Afran, littel Boy per Involucrum

Afran, Little Boy, ph. Viviana Cerrato courtesy MaEc

 

Al contrario dei volti che il jeans tende a bloccare, di questi in rappresentanza di un mito o una ideologia è come se tutto il mondo parlasse anche troppo, mancando in realtà ciò che è fondamentale sapere. Nell’esagerazione o nella limitazione espressiva le due parti si equivalgono, perché la moltiplicazione delle informazioni al punto da non poter soffermarsi su una cosa, equivale all’assenza totale.

 

Il dipinto Hasta siempre di Afran

Afran, Hasta siempre, ph. Viviana Cerrato courtesy MaEc

 

Scendiamo al piano inferiore della galleria per l’installazione Tifosi senza colori, composta da molte teste di jeans. Afran spiega che quest’opera può ben rispondere alla nostra curiosità sul legame tra la cultura occidentale e quella tradizionale del Camerun: gli stessi volti si ispirano sia alle maschere del popolo Fang che agli emoticons che usiamo sui nostri cellulari. L’artista vede una stretta vicinanza dei due linguaggi: “ la maschera per noi permette anche di sintetizzare dei concetti, di assumere una personalità che non abbiamo tutti i giorni. ..quando vedo un emoticon vedo le maschere per come vengono usate in Africa”. il titolo si riferisce ancora una volta alla vita mediatica, stavolta sui social networks, alle prese di posizione talvolta vengono assunte senza conoscenza o convinzione radicata “ma soltanto per esistere a tutti i costi, così ci ritroviamo ad essere tifosi ma senza un credo, senza un colore”.

 

Teste come emoticons per Afran

Afran, linstallazione Tifosi senza colori presso la galleria MaEc con la mostra Involucrum

 

Ci troviamo infine ad osservare Scheletro di Niente, unico lavoro di una terza modalità plastica di Afran. E’ un’operazione di puro ready made suggestiva, che permette di notare la perizia dello scultore nel comporre una gigantesca colonna vertebrale, con la sola ricombinazione di grucce come fossero vertebre. Siamo sempre nell’alveo della quotidianità dei rituali della vestizione del corpo, solo che qui le singole parti di “recupero” parlano da sole, con grande sintesi e “con pochissimo sforzo manuale”: il materiale impiegato rappresenta da solo il messaggio dell’opera. Afran ancora una volta mostra l’importanza dell’apparire nella nostra società, la sua forza enorme. Un potere di cui non ci rendiamo conto perchè lo vediamo da vicino, ma basta soltanto cambiare prospettiva per scoprire quanto veramente è enorme. E’ solo una gruccia per ogni giornata, ma è un animale mastodontico in una vita nella società.

Michela Ongaretti

 

Installazione e maschera di Afran, mostra Involucrum

Scheletro di Niente, in posa con una maschera di Afran, ph. Viviana cerrato courtesy galleria MaEc

 

Involucrum, mostra personale di Afran

fino al 25 novembre 2017

MA EC via Lupetta 2, Milano. Da martedì a venerdì 10-13 e 15-19, sabato ore 15-19

 

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