Infinito. L’universo di Luigi Ghirri in un film corale, di voci e immagini

by Michela Ongaretti
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In sala con Infinito. L'universo di Luigi Ghirri

Infinito. L’universo di Luigi Ghirri racchiude la parabola della vita e della ricerca di chi si sentiva una persona, prima ancora di essere un fotografo. Così si descrive lo stesso Ghirri nel docufilm di Matteo Parisini, presentato lo scorso ottobre alla Festa del Cinema di Roma. Noi l’abbiamo scoperto a dicembre in occasione del Design Film Festival meneghino, in una sala stracolma di spettatori impazienti di vederlo.

L'universo di Luigi Ghirri al cinema- artscore.it
Una scena del film Infinito. L’universo di Luigi Ghirri

Tra vecchi filmati e testimonianze, la pellicola ruota in effetti intorno alla dimensione umana di un indiscusso maestro della fotografia italiana.

La notorietà dell’opera cede il passo alla semplicità delle azioni quotidiane, alla genuina contemplazione del mondo circostante che portava Ghirri alla scoperta di un presente sussurrato dagli oggetti e dal paesaggio. Entra nelle sue immagini quel  suo vagare tra i luoghi umidi della sua Emilia, ma anche l’esperienza dell’incontro con coloro che hanno accompagnato un percorso di vita. Questi squarci di memorie rendono Infinito un importante documento sulla portata storica e poetica della sua ricerca.

Infinito. L'universo di Luigi Ghirri. Scandiano
Scandiano, 1971. ©Eredi Luigi Ghirri.

A 30 anni dalla scomparsa è calda l’evocazione del ricordo di Ghirri nelle parole dell’artista e amico Franco Guerzoni, ancora estatica la testimonianza dello stampatore Arrigo Ghi di fronte all’originalità delle immagini che la carta accoglieva. Sul suo lascito sia artistico che umano alla famiglia e al mondo parla la figlia, avvalorando con la veridicità dell’affetto gli  interventi dei critici e studiosi. Ad esempio i contenuti espressi dallo storico dell’arte Arturo Carlo Quintavalle e dallo storico della fotografia Paolo Barbaro allungano il cannocchiale della Storia, aiutano ad inquadrare al meglio la figura e l’opera nel valore pionieristico del suo linguaggio. 

Arrigo Ghi nel film Infinito di Matteo Parisini- artscore.it
Arrigo Ghi osserva una foto di Luigi Ghirri

Un film bilanciato tra testimonianza e opere, dunque esauriente per gli spettatori che non conoscono la ricerca di Ghirri, ma anche per chi volesse scoprire nuovi punti di vista grazie alla vivace integrazione tra le interviste e il prezioso scorrere di fotografie anche inedite, dall’Archivio curato e gestito dalla figlia Adele. Usciamo dalla sala non pensando di aver visto un documentario, ma un intreccio di eredità personali ed universali.

Se per Ghirri, in quanto persona, “il pensiero è elemento fondamentale”, la riflessione teorica non ha mai abbandonato la sua ricerca fotografica, l’una e l’altra sono cresciute insieme.

Così il fil rouge del film di Parisini, è costituito da passi scelti del volume “Niente di antico sotto il sole: scritti e immagini per una autobiografia”, con la voce narrante di Stefano Accorsi, a suggerire il punto di vista soggettivo in un discorso corale.

Locandina del film Infinito. artscore.it
Locandina del film

Ghirri ha sviluppato un’estetica del quotidiano stupore basandosi su elementi a lui vicini, immerso nell’atmosfera lenta della provincia rurale trova forme come apparizioni inaspettate nell’istante fermato nello scatto. I suoi luoghi trascendono la modernità senza eliminarne le tracce, e nell’ osservazione fotografica vengono restituiti come assorti in una dimensione mitica, in un universo di memoria collettiva. In particolare negli spazi semi-vuoti e aperti sono enfatizzate le molteplici, infinite versioni di una prospettiva sia geometrica che simbolica, che prolunga una visione interiore.

Al cinema con Infinito. L'universo di Luigi Giirri
Infinito. Al cinema

Il film si apre sulla prima fotografia del mondo, scattata da una navicella in viaggio verso la luna nel 1969, nella quale tutte le immagini precedenti, inventate dall’uomo, trovano finalmente un riscontro concreto.

La voce narrante aggiunge: “lo spazio infinitamente piccolo e infinitamente grande era riempito dall’infinitamente complesso”. Il titolo è debitore di questa visione, dall’”esigenza di una conoscenza che nasce tra questi due estremi, oscillando dal microscopio al telescopio per poter tradurre e interpretare il reale, il pensiero, la memoria,l’immaginazione”. Sono le parole di Luigi Ghirri: “da qui nasce il mio lavoro”. Su questo assunto si sviluppa il film che condivide il titolo con la composizione del 1974 formata da 365 scatti del cielo, uno scatto al giorno in un anno in un susseguirsi potenzialmente all’infinito di mutazioni continue.

Un aspetto di forza del film sta nel farci sentire dall’inizio alla fine la presenza di Luigi, in un costante rimbalzo dall’ottica del passato all’eredità nel presente. Al centro c’è sempre l’opera.

Franco Guerzoni al lavoro nel film Infinito di Matteo Parisini- artscore.it
Infinito. L’universo di Luigi Ghirri. Franco Guerzoni

Anche l’intervento di Guerzoni prende il sapore di un ricordo di giovinezza: l’inquietudine della ricerca artistica,della pratica della fotografia che diventava sempre più urgente. Senza andare lontano, ancora lo stesso Ghirri parla davanti al cementificio immortalato molto tempo dopo averlo visto per la prima volta, intriso della sua memoria, intriso di un passato che aveva negli occhi il sentimento della scoperta. Dalle rovine delle zone periferiche perlustrate con Guerzoni alla città, che nelle foto dell’epoca Ghirri vedeva impressa senza considerazione per il suo presente.

Arrivava così a rappresentare non i monumenti ma “l’insieme delle atmosfere”, immagini depositate di tanti sguardi su un particolare, e allo studio dei rapporti spaziali all’interno del paesaggio o dell’architettura, come un pò lo aveva formato il lavoro di geometra. La sua costruzione dell’immagine ha alle spalle misurazioni, un progetto.

Luigi Ghirri al cinema a trent'anni dalla scomparsa
Luigi Ghirri al lavoro

In una sala immersa nella luce sfoglia l’album di famiglia la sorella Roberta, espediente che ci porta ancora ai diari nel quale si dice che due soli erano i libri che interessavano il piccolo Luigi, l’atlante geografico e l’album perchè “contenevano le due categorie del mondo (…) l’interno e l’esterno, il mio luogo e la mia storia, i luoghi e la storia del mondo”. Un libro per restare e uno per andare. Forse il primo vero incontro con il linguaggio fotografico del piccolo Ghirri.

Roberta Ghirri nel film Infinito di Matteo Parisini- artscore.it
Infinito. L’universo di Luigi Ghirri. Roberta Ghirri

La voce narrante accompagna scene di repertorio con la figura pensierosa del fotografo che cammina nella foschia, tra rovine rurali e post-industriali, come se il regista immaginasse ciò che la mente di Ghirri stava esaminando. 

Ci si avvicina al tema della memoria, dalle “stanze della memoria” di Giordano Bruno al suo paragone con la camera oscura, alla dichiarazione secondo cui il lavoro è con la memoria personale in un mondo in cui le informazioni sono di carattere collettivo.

Scena del film sul fotografo Luigi Ghirri- artscore.it
Una scena del docufilm Infinito.

Anche lo storico della fotografia Paolo Barbaro parla della capacità di Ghirri di far venire a galla un tuo interesse recondito, per cui i suoi spazi percorsi dall’obiettivo ti possono far venire in mente altri visitati durante la tua infanzia o che rimandano a un immaginario gradevole. Era un atteggiamento lontano da ciò che gli anni ’70 imponevano, dimostrare una posizione statica o ideologica, corrispondono ai discorsi dello storico della fotografia immagini viste attraverso superfici che ne sospendano il senso, così da essere esempio della memoria come territorio da ricomporre e attraverso la quale interviene anche il gioco.

Ritratto nell’ormai antico atto del ritocco manuale, interviene anche  lo stampatore Arrigo Ghi che ripensa all’effetto delle foto di Ghirri, di come smuovessero emotivamente nella loro atipicità, per poi interrogarsi sul fascino di chi solo a prima vista appaia poco significanti. 

Nogara, 1989. Foto di Ghirri nel film Infinito
Nel film Infinito. Nogara, 1989.

Un po’ come i luoghi della pianura che secondo la costruzione dell’immagine risultano misteriosi, esplorazioni di avventure sul ciglio della strada, paesaggio non delimitabile dalla natura contro l’artificio, ma che lo include. Ancora dall’arte alla persona Elena Bergonzoni parla dell’incontro di sua sorella Paola con Ghirri, di come fosse incuriosita dall’aspetto buffo e di come percepisse nel suo sguardo la stessa curiosità che lei aveva da bambina, della capacità incantata di guardare il mondo. Il loro incontro corrisponde anche alla decisione di lasciare il lavoro di geometra per dedicarsi completamente alla fotografia, sostenuto dalla compagna. Con lei e Giovanni Chiaramonte fondò a Modena nel 1977 la casa editrice Punto e Virgola, che divulgava una cultura fotografica allora poco presente.

Luigi Ghirri, Bastia (1979)
Luigi Ghirri. Bastia, 1979. ©Eredi Luigi Ghirri.

Tutti siamo osservatori,”il punto è in che modo “con quali occhi ti pone di fronte agli oggetti o alle persone. Luigi mostrava, più mostrava come liberarsi, sottrarsi da uno sguardo inquinato, condizionato, ma la sua attitudine andava oltre la fotografia. E’ stato un grande pensatore, stimolato dall’arte, dal cinema e dalla musica. Questa l’accorata testimonianza di Gianni Leone che racconta della genesi del celebre volume Viaggio in Italia realizzato con diversi fotografi.

In un’intervista Ghirri con il suo cavalletto mentre espone la sua idea di architettura come luogo percorribile, “un groviglio di monumenti, luci , pensieri, oggetti, momenti, analogie, formano il nostro paesaggio della mente che andiamo a cercare anche inconsciamente tutte le volte che guardiamo fuori dalla finestra”.

Infinito. Foto di Ghirri con architettura di Aldo Rossi
Foto della serie “Per Aldo Rossi”, 1985. ©Eredi Luigi Ghirri.

Mostrando gli edifici progettati da Aldo Rossi, trovava analogie con il suo intento di dialogo con l’ambiente circostante. Proprio dall’Autobiografia Scientifica di Rossi Ghirri trova l’essenza di ogni espressione artistica: nell’integrazione, l’incrocio di desideri, sogni, ricordi, intuizioni, invenzioni.

Infinito approfondisce l’universo di Ghirri da una prospettiva più storico-critica con l’intervento incisivo di Arturo Carlo Quintavalle. Lo studioso afferma che una ricerca o un volume fotografici costituiva “un romanzo, un racconto. Per lui era fondamentale il montaggio, la successione in modo che scattasse un contrasto, un conflitto, una somiglianza, prevedeva stacchi ironici, momenti di pausa, di riflessione. La lunga durata dell’immagine,  con una tradizione di immagini precedenti che si trasformano e acquistano significati nel tempo non riguarda solo Ghirri.

Luigi Ghirri, Fidenza, 1983
Luigi Ghirri, Fidenza 1983. ©Eredi Luigi Ghirri.

Però ciò che racchiude la cultura degli sguardi di chi lo osserva è per la prima volta rivolto alle periferie ed i luoghi rurali, un mondo che iconografia non aveva e che è contenuta in una visione del mondo contemporaneo.

Succede anche sulla copertina di un album dei CCCP. Sono passati molti anni da quando la band aveva trovato  rifugio in una villa di campagna dismessa. Il musicista Massimo Zamboni parla dell’incontro con Ghirri che aveva accettato di scattare alcune foto alla band, di come si era aggirato per giorni accumulando dentro di sè dettagli significanti per la sua idea.

Massimo Zamboni nel film Infinito di Matteo Parisini- artscore.it
Infinito. L’universo di Luigi Ghirri. Massimo Zamboni

Nella chiesetta abbandonata nulla è stato posizionato per lo scatto eppure l’insieme degli oggetti, le linee descritte dai fili sulle cassette dell’acqua, gli strumenti…tutto concorre ad evocare il rituale della creazione, per come lo conosciamo. Persino quella lampadina che rimanda all’uovo della pala di Brera di Piero della Francesca era già là, “come un segno centrale in un quadro molto più grande colmo di significati”.

Infinito. L'universo di Luigi Ghirri. Testimonianza di Davide Benati- artscore.it
Una scena di Infinito.

Sulla funzione simbolica della luce, desunta/ suggerita anche dall’esempio della pittura si esprime il pittore Davide Benatti.

Osservando il dettaglio di una foto a quella che fu la stanza di Benati, un mappamondo appoggiato su un centrino, si può rilegge la composizione luministica di Vermeer, mentre i diari raccontano della visita di Ghirri alla casa di Morandi, soffermandosi sulla difficile necessità di un nuovo approccio alla visione a causa dell’alterazione della luce nell’atelier bolognese.

Infinito, 1974. Composizione di Luigi Ghirri
Infinito. Composizione del 1974. ©Eredi Luigi Ghirri.

“Ogni volta si rinnova la stupore della meraviglia”. Nella quotidianità delle cose e degli eventi. L’ultima testimonianza è quella di Adele, erede di una visione. La figlia che durante l’infanzia alla domanda su che lavoro facesse il padre veniva fraintesa, lo vedeva ogni mattina fischiettante mentre usciva a fotografare il cielo sempre diverso. Il film si chiude specularmente sul cosmo, da un opposto punto di vista; allargando il campo da un’immagine con le nubi alla composizione dei cieli di 365 giorni, e da un’ultima risata di quel bambino adulto che visse di ciò che amava, guardare il mondo.

Michela Ongaretti

Per conoscere le attività dell’Archivio Luigi Ghirri https://www.archivioluigighirri.com/

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