Geometria incongrua di Monica Mazzone. Galleria Giuseppe pero a Milano

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero

Geometria in mostra con 906090, titolo emblematico di ciò che potrete osservare fino al 10 novembre presso la Galleria Giuseppe Pero.

Più una “tripersonale” che una collettiva, con le artiste Monica Mazzone, Victoria Stoian e Viviana Valla. Quel che è certo l’esposizione è concepita con una linea curatoriale precisa da Nicoletta Castellaneta e Giuseppe Pero pensando all’universo femminile rappresentato dai numeri 906090, le misure ideali di un corpo perfetto, secondo le convenzioni.

 

Geometria di 906090. Tra pittura e scultura con Monica Mazzone in mostra alla galleria Giuseppe Pero

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero. Monica Mazzone, courtesy Galleria Pero

 

L’approccio a questo “emblema” della femminilità è logicamente smentito dal modus operandi delle tre protagoniste che della misura, con i centimetri, si confrontano non su loro stesse ma sulla tela. Il celeberrimo 906090 non è più valido come canone uniformante, anche se nell’immaginario rimane un’idea evocativa di fascino, ma lo studio delle proporzioni rientra nella ricerca alla base delle opere esposte, insieme all’indagine sul calcolo matematico e il rigore nella composizione, ironicamente qualità che tradizionalmente vengono associate alla mente maschile. Razionale opposto ad emotivo, istintuale secondo uno stereotipo ancora vivo nell’arte contemporanea, qui viene dimostrata l’infondatezza dell’assunto.

 

Geometria di 906090. Viviana Valla in mostra presso la galleria Giuseppe Pero

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero. Viviana Valla, courtesy Galleria Pero

 

Tripersonale perché ciascuna delle tre artiste ha un’area dedicata ad un’opera che ben rappresenti i criteri del personale processo creativo, quasi una stanza tutta per sé di woolfiana memoria ( che per chi non ricordasse fu una specie di manifesto femminista sull’importanza di uno “spazio” di lavoro indipendente). Gli ambienti della galleria stessa, nell’allestimento del percorso espositivo, sembra che abbiano preso in considerazione questa geometria: entrando sulla sinistra troviamo un lavoro di Viviana Valla con il movimento dato dalla differente texture di materiali su forme geometriche, sulla parete in fondo di destra scopriamo Victoria Stoian solo apparentemente disordinato dai molti elementi che compongono il dipinto, mentre esplorando la terza rientranza tra le pareti, quasi una vera e propria stanza, c’è un’opera site specific di Monica Mazzone. Nella grande sala terminale invece abbiamo l’opportunità di vedere tutte insieme le tre ricerche, di poterle confrontare nel loro dialogo visivo, di uscire con un’impressione corale di una poetica della proporzione di 906090.

 

Geometria di 906090. Codri Earthquake 9'' di Victoria Stoian in mostra presso la galleria Giuseppe Pero

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero, Victoria Stoian, Codri Earthquake 9”, 2016

 

Sarà una nostra convinzione, non che all’artista sia data da Giuseppe Pero maggiore importanza rispetto alle altre, ma ci pare che l’opera nella stanza di Monica Mazzone sia emblematico del concetto di mostra, come anche la sua ricerca in generale vi si avvicini. Vediamo quella che si presenta come la proiezione ortogonale della pianta di quest’area della galleria, proiezioni che sono tipiche del percorso di Mazzone, dove però il colore contraddice un rigore assoluto, nell’illusione del volume introduce un elemento destabilizzante, all’interno di quella convenzione visiva che vorrebbe esemplificare un perimetro nella sua fredda geometria.

 

Geometria di 906090. Monica Mazzone in mostra presso la galleria Giuseppe Pero

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero. Opera di Monica Mazzone

 

Tutti i suoi lavori, lo si nota anche nell’ultima sala, sono dedicati ad una geometria cristallina nella quale si può individuare un pezzo mancante, un elemento eversivo per l’intera composizione, che mette in discussione senza scoperchiare questa perfezione matematica: è come l’artista stessa dichiara “la carica emotiva” della geometria, che è sempre comunque un prodotto dell’essere umano, del suo tentativo di costruire un’idea. Ma si riferisce nello specifico anche ai paradossi che sono parte della regola matematica, le sue dicotomie per cui “il fatto che un’affermazione possa essere vera e falsa contemporaneamente”. Possiamo dire che i suoi lavori cercano di spiegare l’impossibilità di esprimere la perfezione, come la formula 96090 ha cercato di definire quella del corpo.

 

Geometria di 906090. In mostra presso la galleria Giuseppe Pero

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero. Vista della sala principale

 

Durante la nostra visita abbiamo modo di parlare con Giuseppe Pero che ci ha invitato ad avvicinarci e poi distoglierci dalla superficie delle opere d’arte, per scoprire come sempre il materiale in un certo senso sovverta il rigore della composizione attraverso la geometria, come siano due mondi dello stesso universo. Lo sperimentiamo con l’opera di Viviana Valla dove il  “silenzio delle forme” è accompagnato dal dinamismo di colori e materiali come se fossero vivi e tattili, con grane e spessori differenziati, dalle geometrie a momenti morbide e quasi in rilievo, talvolta lucide o trasparenti. Sotto la forma o l’idea vive un organismo pulsante.

 

Geometria in un particolare di un dipinto di Viviana Valla

La geometria è donna. Particolare di un’opera di Viviana Valla

 

Per Victoria Stoian al contrario il dinamismo è del tutto esplicitato: dalle campiture cromatiche, nella composizione piena con elementi che emergono quasi figurativi e che rivelano lo studio dell’arte contemporanea, nella reminiscenza di particolari della pittura di Dubuffet. Insomma una pulsione dionisiaca pare fondere le parti costruite mediante il colore, ma è allontanandoci di almeno qualche metro che scopriamo queste forme bloccate nel loro lambirsi, irregimentate da una struttura chiara di equilibrio compositivo.   

 

Geometria di 906090. Un dipinto di Victoria Stoian in mostra presso la galleria Giuseppe Pero

La geometria è donna. 906090 alla galleria Giuseppe Pero, particolare di un dipinto di Victoria Stoian

 

In definitiva possiamo dire che la geometria di 906090 parla con rigore e logica razionale dell’anelito ad una perfezione di soggetti pensanti in carne ed ossa, l’essere umano, dentro la più grande contraddizione che è la vita, spiegabile scientificamente solo in parte.

Michela Ongaretti

 

Galleria Giuseppe Pero

via Luigi Porro Lambertenghi, 3-Milano – Italia

dal lunedì al venerdì 14.00-18.30

Sabato su appuntamento

 

Una donna veste un kimono tra le instalazioni di Casa Gifu alla MDW2017

Forza e leggerezza di Casa Gifu con Atelier Oï. Fuorisalone 2017 da Amy D

Il Giappone del design internazionale, insieme al lavoro artigianale della tradizione di Seki, nella regione di Gifu. Installazioni, scenografie, coltelli e katane, insieme al design puro degli arredi. Tutto questo lo trovate durante il Fuorisalone 2017 presso la Galleria Amy D, con Casa Gifu II dello studio di architettura svizzero Atelier Oï.

 

Particolari costitutivi del Minoshi Garden alla mostra Casa Gifu alla MDW2017

Atelier Oï alla galleria Amy D. Fuorisalone 2017 con Casa Gifu. Particolari costitutivi in primo piano dell’allestimento Minoshi Garden, ph. Giovanni Manzoni Piazzalunga

 

Il progetto nasce dalla partnership di Atelier Oï con il governo della provincia di Gifu nel Giappone centrale, e intende valorizzare le risorse uniche delle maestranze artigianali della zona, di antichissima tradizione, attraverso un format creato appositamente per il Fuorisalone di Milano. Non si limita alla salvaguardia delle conoscenze tramandate da generazioni ma si basa sul mutuo e profondo scambio tra manualità e know how artistico e scientifico antico e moderno, cercando dare una luce nuova alle numerose e ancora vive manifatture giapponesi.

 

Una donna veste un kimono tra le instalazioni di Casa Gifu alla MDW2017

Atelier Oï alla galleria Amy D. Fuorisalone 2017 con Casa Gifu. In kimono tra le installazioni, ph. Giovanni Manzoni Piazzalunga

 

E’ quindi per il secondo anno che Amy D Arte Spazio ospita CASA GIFU , la dimora giapponese ricollocata in maniera effimera nel Brera Design District. Nella galleria di via Lovanio si terrà l’esposizione principale a cura di Atelier Oï che non sarà l’unica: sono infatti ad essa collegate le presenze dello studio giapponese in diverse sedi in città, come Palazzo Bocconi con Louis Vuitton, Artemide in Corso Monforte, l’hotel Four Seasons di via Gesù, e la Posteria di via Sacchi con Laufen Bathrooms. Fuorisalone ma anche Salone del Mobile di cui segnaliamo, sempre con Artemide, la partecipazione di Atelier Oï ad Euroluce 2017, con i gifoï di Hida Sangyo e ancora con scenografie per Usm e Passioni Nature.

L’imprinting scientifico della galleria ancora una volta non ci delude. e per chi varcherà la sua soglia ad aspettarlo ci saranno realizzazioni nate dallo studio approfondito di materiali e tecniche costruttive, con quell’eleganza formale tipica del paese del Sol Levante.

 

Manifattura giapponese alla mostra Casa Gifu alla MDW2017

Atelier Oï alla galleria Amy D. Fuorisalone 2017 con Casa Gifu. Coltelli giapponesi

 

Dopo aver esplorato nel 2016 una delle più antiche e raffinate produzioni di carta della regione di Mino,  e i lavori in legno di cedro originari di Takayama, nel 2017 la selezione verterà sul know how di Seki, oasi industriale e artigianale con l’acciaio delle sue lame, leggendarie in tutto il mondo per il loro potere tagliente e la loro resistenza. Per questo è presentata da Amy D Arte Studio una selezione di coltelli, taglierini e altri strumenti per tagliare oggetti, tessuti e alimenti, insieme ai componenti per la loro produzione che utilizza elementi tradizionali tramandati da generazioni lontane. Insieme ad essi potremo vedere una piccola collezione di pezzi storici tra cui le leggendarie katane. Sono esemplificati in 18 differenti manifatture ma il pezzo forte è  dei nostri giorni: si tratta della katana Honsekito disegnata dall’Atelier realizzata grazie ad una delle aziende artigiane più antiche di Gifu, il cui maestro rappresenta la ventiseiesima generazione della sua “casta”, è quindi utile a ricordare ed enfatizzare la portata della tradizione nella tecnico costruttiva contemporanea.

 

Una katana tradizionale alla mostra Casa Gifu alla MDW2017

Atelier Oï alla galleria Amy D. Fuorisalone 2017 con Casa Gifu e le katane tradizionali, ph. Giovanni Manzoni Piazzalunga

 

Questo lavoro sottolinea anche la vocazione alla trasversalità delle discipline che possono essere coinvolte nel design contemporaneo, al rapporto stretto con la materia e allo spirito di squadra di chi accoglie nel progetto competenze internazionali, peculiari di una storia, di una cultura materiale differente da quella dei designer che raccolgono quindi stimoli lontani nello spazio, ma anche nel tempo. La sperimentazione per Atelier Oï nasce da un rapporto intuitivo ed emozionale nella lavorazione di materiali diversi, coltivando le loro potenzialità nell’ottica dell’eccellenza locale per recuperare una conoscenza e per connetterla alle necessità progettuali: si parla la lingua di chi sa utilizzare al meglio una tecnica costruttiva magari applicandola a un diverso contesto, a un diverso prodotto.

 

Mobili e lampade di casa Gifu da Amy D

Fuorisalone 2017 da Amy D con Atelier Oï. Tavolo e sedie, lampade, piccole installazioni di Casa Gifu- Tutto ispirato alla carta giapponese.

 

E’ Seguendo questa logica che viene esplorato ancora una volta il mondo della carta: dalla conoscenza e rispetto per la sua creazione nasce una valorizzazione dell’effetto peculiare applicato all’interior design.  Atelier Oï ragiona in senso estetico sui processi quando declina l’antica tecnica di piegare la carta alla costruzione e al montaggio di mobili come tavoli e sedie, dal legno di diversi colori, ma notiamo come si possa avvicinare ancor più al recupero della tradizione con la sua eleganza formale alla vista del Minoshi Garden di Thomas Merlo & Partner (sempre in collaborazione con Atelier Oï), vincitore della scorsa edizione della Biennale d’Architettura a Venezia.  

 

Particolare del Minoshi Garden alla mostra Casa Gifu alla MDW2017

Atelier Oï alla galleria Amy D. Fuorisalone 2017 con Casa Gifu. Particolare dell’allestimento Minoshi Garden, ph. Giovanni Manzoni Piazzalunga

 

In una stanza intrisa di essenze, per suggerire un’atmosfera soave e rarefatta, troviamo pendere dal soffitto una perfetta struttura modulare realizzata dalle manifatture giapponesi come una scenografia movibile dal vento, toccata dalla sensibilità artistica e delicata della composizione generale e realizzata nei suoi diversi elementi dalla carta semi-industriale Molza, ispirata alle manifatture artigianali di carta Washi di 1300 anni fa. L’allestimento si completa con degli specchi circolari che potenziano l’aspetto visivo dell’insieme delle numerose forme leggere e bianchissime; viste dal basso sembrano farfalle o piccoli uccellini in volo corale, che rivelano l’intenzione di catturare un momento nella Natura del Giappone. L’installazione sperimentale inoltre è stata progettata per poter essere facilmente ricostituita nella serie di altri progetti futuri con Casa Gifu.

 

Installazioni mobili con Casa Gifu. Fuorisalaone da Amy D

Fuorisalone 2017 alla galleria Amy D. Le installazioni mobili di Atelier Oï , ph Giovanni Manzoni Piazzalunga

 

Come il giardino sospeso può essere vissuto personalmente a seconda del percorso con cui si intende entrare nel suo spazio, con effetti diversi a seconda della posizione dello spettatore. Così dalla parte opposta della galleria, superata l’esposizione di lame dove si può assistere alla performance, in abito  tradizionale giapponese, di estrazione e fendente con Katana, sono in esposizione scenografie mobili azionabili con semplici gesti.

 

Atelier Oï per la MDW 2017 con Casa Gifu II

Atelier Oï con Casa Gifu II per il Fuorisalone 2017. La gallerista Annamaria D’Ambrosio prova un’installazione, ph. Giovanni Manzoni Piazzalunga

 

Sono ruote in carta con la struttura portante in legno che ricordano degli ombrellini orientali visti dall’alto quando sono aperti, ma sono anche parte di un marchingegno complesso costituito da tiranti e carrucole che permettono, mediante una leva in legno e grazie alla loro leggerezza, di essere sollevate una ad una per poi riscendere verso il basso, lentamente e con una veloce rotazione su se stesse.

 

I fondatori svizzeri di Atelier Oï

Fuorisalone 2017 alla galleria Amy D. con Casa Gifu. Aebi Aurel, Louis Armand, Reymond Patrick, i fondatori di Atelier Oï ©Joël von Allmen

 

Atelier Oï è stato costituito da 1991 a La Neuveville in Svizzera dai fondatori Aurel Aebi, Armand Louis e Patrick Reymond; da allora  ha ricevuto diversi riconoscimenti a livello internazionale per progetti di architettura, interior design,  design di prodotto e scenografia. Sempre dedicato a scambi culturali ed eventi creativi, ha firmato prodotti per Artemide, B&B Italia, Bulgari, Danese, Foscarini, Lasvit, Louis Vuitton, Moroso, Parachilna, Pringle of Scotland, Rimowa, USM, Victorinox e Zanotta.

Le aziende manifatturiere coinvolte nella presentazione al Fuorisalone 2017 di coltelleria sono: G.Sakai, Hasegawa Cutlery, Hattori Cutting Tools, Kai Industries, Kimura Cutlery, Kitasho, Marusho Industry, Mitsuboshi Cutlery, Nikken Cutlery, Ohzawa Swords, Sanshu Knife, Satake Cutlery Mfg, Sekikanetsugu Cutlery, Shizu Hamono, Sumikama Cutlery Mfg, Top Products, Yaxell and Yoshiharu Cutlery.

Da vedere: per la leggerezza e la forza della tradizione giapponese nel design contemporaneo.

Michela Ongaretti

Sculture di Saraï Delfendahl alla galleria Lanteri

Ceramica contemporanea tra arte e design. Saraï Delfendahl nella Galleria Salvatore Lanteri

Esiste un posto. A Milano ce ne sono tanti, pochi dove vai perchè sai di che Arte si discute.

Poi esistono quei posti che trovi per caso, c’è chi ci crede, o per fortuna, e a questo ha creduto Artscore quando ha scoperto la galleria di Salvatore Lanteri, dove arte e design parlano la stessa lingua. Qui la luce bianchissima ci ha fatto scoprire la ceramica contemporanea con la mostra personale dell’artista Saraï Delfendahl che vi consigliamo di visitare almeno una volta prima della fine di marzo, qui abbiamo saputo che la galleria è specializzata in ceramica d’arte e d’autore, e ora lo vogliamo dire a tutti . Qui abbiamo avuto modo di conoscere la genesi e gli intenti della galleria dalle parole del direttore Salvatore Lanteri, architetto atipico e dedicato a questa avventura in via Venini 85 da un anno.

 

Ritratto di Salvatore Lanteri

Un ritratto di Salvatore Lanteri all’inerno della sua galleria, ph. Sofia Obracaj

 

Varcata la soglia siamo catapultati in un mondo extra terrestre a tratti lunare e a tratti luciferino, impressione data dalla popolazione di numerose figure antropomorfe o zoomorfe. Questi esseri smaltati assumono fattezze tridimensionali nelle sculture appoggiate al centro e sul fondo della grande sala, mentre sulla parete di destra ne troviamo numerosissime schierate in un piccolo esercito, che pare cacciato per eresia da un bassorilievo unitario e ben più apollineo, ed esploso in tanti piccoli individui.

 

Sculture di Saraï Delfendahl alla galleria Lanteri

Saraï Delfendahl in mostra alla galleria Lanteri, particolari della parete di piccole sculture

 

Coloratissimi, mostruosi e beffardi sono questi ad attirare la nostra attenzione, forse perché che rimandano ad un bestiario metafisico, compiuto nella loro installazione unitaria. Sembrano nati per non esser separati e se le altre sculture richiamano una forte dolcezza pur nell’anomalia anatomica, questi ci portano sulla via dello spaventoso con i colori timbrici e le movenze di una dionisiaca danza macabra.

Eppure l’insieme è molto pulito, non c’è veemenza ma un genuino candore nell’uso della ceramica che ha affascinato il gallerista dopo le esposizioni precedenti improntate all’astratto e all’informale: è la dolcezza della fiaba che ha bisogno di immagini riconoscibili per raccontarsi. Allo stesso richiamo risponde la scelta di Lanteri per Delfendhaldi legarsi ad un reale immaginato denso di figurazione, per lui che dichiara ogni selezione essere un fatto personale, questa mostra nutre la sua necessità di uscire per un momento dall’astrazione, per “ripopolare il mio paesaggio visivo”, come ci spiega.

 

La scultura visionaria di Saraï Delfendahl

Galleria Salvatore Lanteri- visita alla mostra di Saraï Delfendahl, ph. Sofia Obracaj

 

Il gallerista ci illustra che queste creature non sono solo provenienti da altri pianeti, “ supereroi cortocircuiti di ibridi di animali polimorfi”, ma discendono direttamente anche da altre culture, lontane da quella occidentale, francese dell’artista, quelle che l’hanno suggestionata nel suo vissuto infantile, nei viaggi con il padre etnologo. Paiono incarnare specialmente figure religiose sacrali o semplicemente della cultura precolombiana del Messico, nella tradizione per immagini che dai teschi ai luchadores arriva fino ai nostri giorni secondo suggestioni molteplici.

 

Creature extraterrestri come idoli messicani, Saraï Delfendhal

Particolare della ceramica d’arte di Saraï Delfendhal presso la galleria Lanteri, ph. Sofia Obracaj

 

Il padre di Sarai Delfendhal fu un etnologo di grande fama, che rivoluzionò il sistema didattico negli anni settanta e sempre in quegli anni fu reso celebre dalla sua pubblicazione critica ad un “monumento” dell’antropologia francese quale fu “Tropici Tristi “ di Bernard Lévi-Strauss: egli ha esercitato un’influenza notevole sulla figlia stimolandola alla lettura di altre culture durante i viaggi in luoghi remoti come l’Australia tribale dove esisteva un immaginario sacro ricco di figure  descritte come “extraterrestri”, come bestiole presenti in mostra a Milano.  

 

Animali ibridi polimorfi, Saraï Delfendahl

Creature ibride nella ceramica di Saraï Delfendahl alla galleria Lanteri, ph. Sofia Obracaj

 

A proposito di Messico Lanteri ricorda l’esistenza di un bel ritratto di André Breton realizzato nei mesi di residenza messicana con Trotsky e Frida Kahlo dove il poeta e teorico del surrealismo viene raffigurato con alle spalle questa questa parete popolata di creature precolombiane esoteriche, ugualmente spaventose e dolci, le stesse che collezionò e portò nel suo studio parigino. Quella parete fotografata partecipa della stessa fascinazione che ha ispirato la realizzazione della prima mostra personale della Delfendhal come ceramista.

 

Lo studio di André Breton con le sculture delle civiltà precolombiane

L’atelier di André Breton a Parigi, sulla parete si vedono statuette delle culture precolombiane

 

Quello che ora ci appare come la ricongiunzione nella ceramica tra la matrice culturale di origine dell’artista, con la dimostrazione dell’esistenza di una tradizione nel novecento di studio della cultura tribale sudamericana nei protagonisti della cultura francese, tra cui il padre stesso, arriva in realtà dopo un percorso di altro tipo. La sua esperienza parte dalla formazione da designer, accantonata per la grafica e l’illustrazione, ha lavorato diversi anni come artista con Moleskine, a parte piccole incursioni la sua ricerca con e sulla ceramica è iniziata qui con l’entusiasmo quasi incosciente del cambio di rotta.

 

Particolare della ceramica di Saraï Delfendahl, galleria Lanteri

La ceramica contemporanea di Saraï Delfendahl alla galleria Lanteri, ph. Sofia Obracaj

 

Lo stesso moto interiore che pare caratterizzare Salvatore Lanteri quando ci parla della neonata galleria come di una passione che sta rivoluzionando il suo “impianto esistenziale”: attraverso la ricerca e lo sviluppo di progetti con artisti scelti per la loro capacità di dare una visione contemporanea  nella ceramica, materia  che per lui si rivela come archetipo dell’origine del mondo sia per gli elementi che la compongono, fuoco, acqua e terra, sia per la sua presenza dai tempi più remoti nelle culture più lontane e a qualunque latitudine. Non ha mai smesso di esistere e di essere prodotta.

Oggi la ceramica può essere una disciplina che veicola un’idea attraverso un oggetto frutto della mente “ma anche dell’intelligenza della mano” sempre per usare le parole di Lanteri che pensa alle arti applicate dichiarandosi affezionato alla “vecchia idea romantica” del Bauhaus di voler fare incontrare i diversi fare artistici, iter e discipline.

 

Ceramica contemporanea nella galleria Lanteri in via Venini a Milano

La bianchissima sala della galleria di Salvatore Lanteri con le opere in ceramica di Saraï Delfendahl, ph. Sofia Obracaj

 

Il riferimento è a quel principio secondo cui le arti applicate convivono a pari livello con altre arti come la pittura, la scultura o la musica. Tanti prodotti realizzati manualmente si sono evoluti nella modernità attraverso il design più funzionale, ma ciò che conta qui e ora è l’intento, la volontà di ripensare e ridisegnare secondo criteri artigianali. Anche se ciò può apparire una contraddizione nei confronti di coloro che ruppero le barriere tra le arti per non parlare di basso o di alto, la separazione tra il disegno industriale e la realizzazione di pezzi unici è necessaria e inevitabile.

Lanteri sceglie l’unicità artistica o in limited edition, ma mai due pezzi dello stesso artista ospite in una mostra, eseguito squisitamente con metodo artigianale, per collocarsi al confine tra il fare arte e progetto, design delle idee non dell’industria, secondo una tendenza in forte espansione nel contemporaneo, di contaminazione profonda e reciproca tra le sfere del design e dell’arte, come testimoniato ad esempio da Ambra Medda fondatrice di Design Miami e direttrice del dipartimento dedicato al design di Christie’s Londra, e dalla nascita di un collezionismo dedicato.

 

Arte e design insieme alla galleria Lanteri, Saraï Delfendahl

Una scultura di Saraï Delfendahl presso la galleria Lanteri

 

Basterà vedere la prossima edizione del MIART per rendersene conto, dove ci sarà una sezione denominata Objects, una ventina di gallerie in tutto che presentano questo concetto di Oggetto, arte che non è fatta di dipinti o sculture, design che non è dedicato ai mobili o agli interni. Parliamo di opere che contengono entrambi i valori.

Su questo terreno si inserisce il percorso intrapreso dalla Galleria salvatore lanteri che si trova a suo agio nel “viaggiare su questo doppio binario” per poter godere della libertà che consente di spaziare tra soggetti artistici molto diversi tra loro. Con la forte intenzione futura di indagare un ambito quasi sconosciuto a livello espositivo, quello del tessile nato dalla lavorazione a telaio, lontano dalle visioni di una fashion week milanese per tornare alla globalizzazione democratica del fare secondo il buon vecchio Bauhaus.

 

Le figure ibride di Saraï Delfendahl

Figurazione in ceramica dell’altro mondo, presso la Galleria Lanteri con Saraï Delfendahl, ph. Sofia Obracaj

 

La mostra di Sarai Delfendahl resterà aperta fino all’ultimo giorno di Marzo, consigliamo la visita prima del sempre atteso Fuorisalone anche alla Galleria Lanteri, di cui vi lasciamo la sorpresa.

Michela Ongaretti

 

Interno della galleria Lanteri con le opere di Saraï Delfendhal

Interno della galleria Lanteri, ora in mostra con la scultura di Saraï Delfendhal, ph. Sofia Obracaj

Enzo Cannaviello e Günter Brus

L’identità di un gallerista nel sistema dell’arte contemporanea, a Milano. Intervista ad Enzo Cannaviello

Milano si sa non è una città fatta solo dai milanesi, anzi la sua forza si basa anche sui talenti che sono stati accolti da fuori, e che l’hanno conformata nel suo primato italiano nell’ambito dell’arte e della cultura, della moda e del design. Enzo Cannaviello fa parte di questi.

Uno dei galleristi storici italiani, protagonista del sistema dell’arte dagli anni sessanta, il suo percorso di scopritore di artisti in seguito affermati è stato testimone di diversi cambi di sede e di scenario nella nostra penisola, con un’identità forte costruita e mantenuta nel tempo.

 

Ritratto di Enzo Cannaviello

Un ritratto di Enzo Cannaviello nella galleria di Piazzetta Bossi a Milano, ph. Sofia Obracaj

 

Partito da Capua con la mostra Ricognizione ‘68 presentata da Achille Bonito Oliva, al suo debutto di curatore, con Lucio Amelio aprì a Caserta la prima galleria Oggetto dove espose Mimmo Paladino per la prima e seconda personale. Dopo sei anni intensi nella capitale, agitando pubblico e critica intorno alla Transavanguardia, è sbarcato a Milano nel 1978 con la prima sede in piazza Beccaria da dove promosse primo in Italia il Neoespressionismo Tedesco, poi in via Cusani per passare in via Stoppani a Porta Venezia. Da alcuni anni lo possiamo incontrare, con un nuovo impulso verso l’arte giovane, in Piazzetta Bossi, sempre nel cuore storico della città.

Dopo la visita alla mostra di Martin Disler ho voluto intervistare Enzo Cannaviello per conoscere meglio la visione e gli intenti di chi ha visto da dentro il mondo dell’arte contemporanea degli ultimi quarant’anni con i suoi slanci e le sue crisi, la sua percezione nel gusto dei collezionisti, operando scelte spesso lungimiranti, sempre riconoscibili.

Se la maggior parte degli approfondimenti di Artscore si cala nei panni vista di chi produce arte, oggi indossa un paio di occhiali diverso, quello di chi promuove e vede circolare quel talento.

 

Intervista ad Enzo Cannaviello. Foto storiche in galleria

Intervista ad Enzo Cannaviello, foto delle collaborazioni storiche del gallerista. In alto si nota Martin Disler, ph. Sofia Obracaj

 

Vorrei partire dall’inizio della sua carriera, ricordandone le prime tappe

Entrai nel mondo delle gallerie quando moglie si dilettava di pittura e la mia prima fu a Caserta con Amelio prima di Roma, dove inventai una strada di editoria artistica con Ellegi Edizioni,di cui ero amministratore delegato. Era per me un periodo di formazione, mi piaceva fare molte cose. Poi aprii la prima galleria, c’erano nove soci e si chiamava Seconda Scala perchè era la seconda scala nel cortile del un palazzo del Teatro Argentina, iniziai da direttore e dopo due o tre anni mi misi in proprio.

Trattava artisti della transavanguardia?

Si pensi che ho fatto la prima mostra di Fabio Mauri, che ora è molto quotato, Bernar Venet, Giosetta Fioroni e altri artisti importanti che allora ovviamente non erano famosi.

Da Caserta a Roma, ma il salto di qualità vero e proprio è avvenuto nella terza galleria a Milano, che prende il nome ufficiale di Studio d’Arte Cannaviello nell’anno artistico 1977-78.

Io non ho mai fatto questo lavoro per guadagno ma a Roma purtroppo il mercato era davvero carente, Seconda Scala crebbe con un programma molto importante ma ero costretto a venire una volta al mese a Milano per vendere delle opere, perciò decisi di trasferirmi.

 

Enzo cannaviello e Mimmo Paladino nello studio dell'artista

Enzo Cannaviello posa con Mimmo Paladino. Tra le foto storiche sulla parete della galleria odierna di Milano, ph. Sofia Obracaj

 

Il mercato a Roma non funzionava perchè la città era troppo “ministeriale”?

Roma non era sostenibile come mercato e tutt’ora non lo è. Non c’è un professionismo nel collezionismo, si compra per altri motivi fuori dal piacere dell’arte, per amicizia, o perché il quadro piace all’amante… quindi nelle case ci sono opere ma solo per caso fortuito.

A Milano già nel 78 avvenne l’incontro con l’espressionismo tedesco?

Fu un’ulteriore svolta nel mio lavoro. Accadde un fatto celebre che già raccontai in altre interviste: un giorno venne un’artista da Berlino, Hella Monterossa. Allora ci si chiedeva sempre cosa potesse succedere in quella città divisa dal Muro quindi mi informai e lei mi parlò di un gruppo autogestito di artisti berlinesi chiamati Neue Wilden, cioè Nuovi Selvaggi, che facevano una pittura violenta con colori accesi, una specie di nuovi Fauve. Mi incuriosì moltissimo perchè si proveniva da un periodo dove tutto era concettuale: questa pittura così violenta era una rivoluzione io presi subito l’aereo per scovare questo filone che mi accompagnò fino alla poco anni fa.

Martin Disler rappresenta la componente svizzera, questo Neoespressionismo non era chiuso alla Germania ma di tutta l’area germanofona, di cui la componente austriaca era molto forte con Nitsch, Maria Lassnig, Günter Brus. Ho seguito loro prevalentemente, ma non unicamente, infatti ho trattato artisti italiani come Pizzi Cannella, Nunzio, Rotella, Boatti.

 

Martin Disler tra gli artisti di Cannaviello a Milano

Tra le foto storiche del gallerista Enzo Cannaviello a Milano, le sculture di Martin Disler, ph. Sofia Obracaj

 

Lei portò a Milano Hermann Nitsch. Cosa accadde e come reagì il pubblico?

Con Nitsch in via Stoppani ci fu solo la performance di inaugurazione. C’erano tre tavoli grandi su cui era apparecchiato di tutto, frutta pesci, viscere di animali..lui girava tra questi e impastava questi elementi..era di una violenza fortissima! A intervalli regolari suonava un gong per il quale avevamo dovuto affittare una scala. Hanno fatto anche un film che però non rende al massimo l’idea. Lui ha sempre avuto successo infatti c’era molta gente.

Ad attività performative magari discusse ne conseguì un interessamento di critici e curatori verso la galleria?

Le avanguardie sono sempre dure da digerire. Oggi vedendo è più facile interessarsene perché è già quasi storia ma allora era molto difficile, però c’era un’attenzione maggiore di oggi. A parte l’aspetto venale del collezionismo, c’era più partecipazione del pubblico.

 

Una foto storica di hermann Nisch nella galleria di Cannaviello in via Cusani

Una foto ritrae Hermann Nitsch nello Studio d’Arte Cannaviello in via Cusani a Milano. ph. Sofia Obracaj

 

E’ cambiato anche il collezionismo?

Si, è speculativo. All’epoca si discuteva nelle gallerie non si trattava nelle fiere. Il collezionista si sedeva di fronte al gallerista che spiegava la mostra dell’artista, gli andamenti del mercato ma era un discussione con una componente culturale, indispensabile anche per vendere..lo dice un gallerista e un mercante! Oggi si contano molte aste e fiere, vi si va per vedere i prezzi e le confrontarli tra le opere, è un fatto meramente economico a cui ho deciso di non partecipare da cinque anni. Si abitua lo spettatore a ragionare in termini economici e non in termini culturali, cosa che io voglio continuare a fare.

 

Enzo Cannaviello e Günter Brus

Enzo Cannaviello e Günter Brus a Milano in via Cusani, foto storiche in galleria, ph. Sofia Obracaj

 

Qual è l’identità che la sua galleria mantiene?

E’ quella di scoprire dei talenti, portarli nel mercato e farli crescere.  La mia predilezione riguarda la manualità, praticamente un’opera fatta al computer o filmica a me non interessa perchè c’è il mezzo meccanico, anche se il mezzo meccanico può essere manipolato dall’artista, devo notare un effetto estetico. Non rinuncio all’estetica. Nelle mie scelte artistiche negli anni c’è una continuità: ho fatto sempre arte contemporanea prediligendo sempre la manualità e la ricerca, naturalmente. Ci sono molti giovani oggi, ma l’artista deve inventare un nuovo linguaggio, e se non è così non li seguo.

Per estetica non intende ciò che è formalmente gradevole…

No. E’ un’estetica contemporanea, quella aderente ai tempi nei quali vive l’opera, però sempre unita a questa manualità che sottintende tutte le opere memorabili dei grandi artisti. Se noi prendiamo la graduatoria internazionale Kunstkompass, stilata ogni anno dalla rivista Manager Magazine noi troviamo  ai primi dieci posti tutti grandi pittori come Gerhard Richter, Simon Faulkner, Peter Doig, David Hockney perché la manualità è insostituibile nell’opera d’arte come è insostituibile in altri campi e resterà, come si può scrivere un buon romanzo senza conoscere le regole della grammatica e della sintassi? Faccio un altro esempio: quando ci fu l’avvento del cinema esso riuscì a soppiantare il teatro? No,il teatro è vivo e vegeto. Così la tecnologia che oggi è prevalente oggi nel campo dell’arte, non può e non deve soppiantare l’arte, che comunque segue la sua evoluzione.

 

Arte contemporanea di Cannaviello a Milano,un dipinto Arnulf Rainer

Un dipinto su fotografia del 1989 di Arnulf Rainer, tra gli artisti dello Studio d’Arte Cannaviello a Milano, ph Sofia Obracaj

 

Secondo lei stiamo assistendo ad una rinascita del figurativo?

Penso di no in questo momento ma in realtà non ha mai smesso di esserci; nel senso tradizionale del termine non funziona. Oggi si può fare arte figurativa estremamente all’avanguardia, prendiamo ad esempio sempre Richter come massimo esponente, non può essere più figurativo di così con quella luce data dal lume di candela.. però sono quadri contemporanei perché è il taglio contemporaneo, che deve essere innovativo del linguaggio comprendendo o meno la figurazione.

A quale o quali artisti è particolarmente affezionato, per lei particolarmente importante.

Mimmo Paladino in assoluto al di là del discorso di mercato, anche per suo valore culturale. Tra coloro scoperti poi esposti a Milano Martin Disler, la mostra di dicembre era un richiamo nel tempo della lunga collaborazione, con opere solo su carta. Anche con Bernd Zimmer c’è stato un sodalizio molto antico, ora docente all’accademia di Monaco. In generale molti tedeschi.

 

Ritratto di Enzo Cannaviello, alle spalle un dipinto di Bernd Zimmer

Intervista ad Enzo Cannaviello. Ritratto in galleria con un dipinto di Bernd Zimmer sullo sfondo, ph. Sofia Obracaj

 

Una sua impressione di Milano

ll trasferimento fu un’avventura e non conoscevo nessuno, ma Milano mi ha accolto a braccia aperte. La prima mostra fu quella di Urs Lüthi, caposcuola della body art, in Piazza Beccaria: vennero 500-600 persone e questo mi convinse ancor più che Milano è davvero la capitale dell’arte (anche per la moda e il design), Milano domina tutte le altre città, Torino la segue ma viene molto dopo. Uno sconosciuto arrivato all’improvviso viene accolto immediatamente. Certo con un progetto ambizioso, anche se poi questo progetto bisogna farlo conoscere alla gente, e non è facile.

Ci sono casi nei quali non fu capito dal pubblico?

Accadde per Sigmar Polke che oggi è il numero due al mondo dopo Gerhard Richter, ma questo capita spesso nella storia dell’arte. Sono andato a vedere la retrospettiva a Palazzo Grassi a Venezia, notare che nel suo curriculum in Italia c’è solo la mia galleria mi dovrebbe rendere felice invece non lo sono, è molto grave per il nostro paese.

Ci sono altri esempi pensando agli esponenti dell’espressionismo tedesco: è difficile farli apprezzare da pubblico italiano abituato all’eleganza formale mentre il tedesco è abituato all’impeto alla passione alla forza della pittura. Sono due concetti diversi.

 

Arte Contemporanea di Cannaviello, Urs Lüthi, Autoritratto, 1972

Tra gli artsti di Cannaviello, Urs Lüthi, Autoritratto, 1972

 

Dal punto di vista del mercato..è cambiata molto Milano in questi anni immagino

Come ho già detto è il proliferare recente delle fiere e delle aste, è così da così da al massimo venti-trent’anni ,che ha fatto cambiare la mentalità..cioè oggi l’arte viene ascoltata con le orecchie e non con vista con gli occhi, si considera bravo che economicamente valido, ma fra dieci o solo cinque anni le cose cambiano.

Io credo che il collezionista debba scegliere secondo la propria cultura e la propria sensibilità, e conta molto l’interlocutore e il luogo dove andrà l’opera.

Anche i grandi artisti sono stati emergenti. Rispetto a coloro che ha conosciuto in cosa è diverso il giovane artista di oggi?

Io sono un sessantottino e all’inizio degli anni settanta il fattore economico incideva poco a dispetto di oggi, si pensava a lavorare senza essere ossessionati troppo dal ricavo. Oggi purtroppo tutta la nostra società è piuttosto arrivista, si vuole arrivare subito non sapendo più aspettare, e allo stesso modo porta gli artisti a seguire questo atteggiamento.

 

Bernd Zimmer, 2012 in galleria da Cannaviello

Intervista al gallerista Enzo Cannaviello. Tra i dipinti a Milano, B. Zimmer, Reflexion Waldsee, 2012.

 

Forse perchè nel 1970 loro avevano qualcuno con una professionalità precisa e solida ad accompagnarli nel loro percorso, come i galleristi non solo interessati alle quotazioni.

E’ vero, in questo modo potevano dedicarsi al massimo nella loro ricerca, erano liberi di pensare solamente a dipingere. Oggi spesso sono anche manager di loro stessi e questo non è funzionale nel sistema. Vale ancora la pena affidarsi ad una galleria che sappia promuovere, il suo ruolo è insostituibile. A chi pensa che non serva più rispondo che non si limita a vendere un”prodotto”, ma fanno cultura con un programma e una selezione per i collezionisti che amano davvero l’arte. Un dipinto non è una merce, per questo non condivido l’intento di un Affordable Art Fair che definisce le opere partecipanti secondo il criterio di stare sotto ad una certa cifra, al di là della qualità delle opere.

 

 

a Milano presso lo Studio d'Arte Cannaviello

Intervista ad Enzo Cannaviello. L’identità di un gallerista attraverso le foto che ripercorrono la sua carriera a Milano, ph. Sofia Obracaj

 

Cosa insegna la storia di Enzo Cannaviello ai giovani galleristi?

Che è le mode sono passeggere e si sbaglia ad affidarsi a quelle. L’insegnamento che mi sento di dare è di pensare con la propria testa, inoltre frequentare i luoghi giusti perché la formazione culturale che uno ha la riceve dai luoghi dai nomi, dalle gallerie e dalle mostre pubbliche giusti.

Michela Ongaretti

SetUp.Drawing the World, Rodriguez Gallery

Disegno in fiera con Dorota Buczkowska. SetUp nel weekend dell’Arte Contemporanea di Bologna

I fianchi molli di Bologna, per dirla come avrebbe fatto Guccini, mi hanno accolto sabato con Arte Fiera, SetUp e le molte gallerie aperte per l’occasione nel sempre vivo centro città. Ai grandi capolavori dell’arte contemporanea presso la  Fiera “istituzionale” si sono aggiunte al calar della sera le proposte di SetUp Contemporary Art Fair nella location dell’Autostazione. Tra le varie sezioni ero curiosa di vedere il progetto sul disegno Drawing the World:  è portato a Bologna da Mónica Álvarez Careaga, curatrice e direttrice di Drawing Room Madrid.

 

Drawing Room a Madrid

SetUp nel weekend di Arte Contemporanea a Bologna. L’interno di Drawing Room a Madrid, diretto da Monica Alvarez Careaga, curatrice della sezione Drawing The World

 

Presenti quattro gallerie straniere con altrettanti artisti provenienti da paesi  dai contesti culturali differenti. Ho visto quindi Galerie Ulf Larsson da Colonia con l’artista Natarajaa, SAIDA Art Contemporary da Tétouan in Marocco con Mohamed Larbi Rahhali, la galleria Sibonet dalla Spagna di Santander ha presentato il lavoro di Teresa Moro ed infine..last but not least nella considerazione di Artscore, la Rodriguez Gallery che a dispetto del nome porta dalla Polonia l’artista Dorota Buczkowska.

 

Teresa Moro, Siboney Gallery

SetUp nel weekend di Arte Contemporanea a Bologna. Vista della parete con i lavori di Teresa Moro

 

Dalla nascita di SetUp Contemporary Art Fair, a Bologna l’arte contemporanea non dimentica il disegno, ma pone la disciplina al centro del confronto su un tema portante. Per questo abbiamo scelto Drawing the World, perchè anche per noi il disegno rappresenta il nucleo di ogni progetto artistico.Sia esso visibile o meno, figurativo o astratto, esso è la definizione di un’idea attraverso la linea, è il pensiero che si fa immagine costruita, e che dalla notte dei tempi continua ad emozionarci portando la riflessione sul mondo su un piano estetico. A SetUp l’arte contemporanea vista e scelta da Monica Alvarez è accomunata dalla “presenza del disegno come mezzo fondamentale per la concezione o cristallizzazione” dell’opera dei quattro artisti in fiera.

 

SetUp Contemporary Art Fair, Saida Art Contemporain presenta Mohamed Larbi Rahhadi

SetUp nel weekend di Arte Contemporanea a Bologna. Drawing The World-Mohamed Larbi Rahhali, OMRI, Saida Art Contemporain

 

Nello specifico di Drawing the World II, l’azione del disegno si mostra contaminata da altri linguaggi e supporti come la fotografia e l’installazione, ibrido nel suo ricongiungersi ad intenti culturalmente distanti dall’arte contemporanea, individuati nella fotografia di documentazione tout court per Dorota Buczkowska e nell’artigianato tradizionale  marocchino per Mohamed Larbi Rahhali.

Se l’arte contemporanea si rivolge alla riflessione cerebrale o emotiva, lontana da una necessità di mimesi con il reale, il disegno qui si rapporta alle diverse attività umane per immaginare un altro mondo rimescolando le carte espressive con quelle tradizionalmente assegnate ad una disciplina concreta, finalizzata ad uno scopo preciso e funzionale.

 

Setup, Natarajaa con Ulf Larsson Galerie

SetUp nel weekend di Arte Contemporanea a Bologna. Particolare di Void, Natarajaa, Ulf Larsson Galerie

 

Pensando al tema portante di SetUp, l’Equilibrio definito anche dal suo opposto come motore di un cambiamento, non possiamo che vederlo riflesso nei lavori dei quattro artisti di Drawing the World II. A Bologna il disegno di Natarajaa è segno umano eliminato, presente nella sua assenza, distrutto da fuoco, pioggia o da altri materiali insoliti per lasciare solo la traccia di grafie generate da elementi naturali; al contrario Teresa Moro fa materializzare la presenza dell’uomo nell’impronta che lascia su oggetti di uso quotidiano, rappresentati in maniera più tradizionale con disegni a gouache. Affermazione dell’esistenza nel suo non rivelarsi, trova Equilibrio nell’immanenza della trasformazione. Il lavoro di Mohamed Larbi Rahhali appare più pacificato nel suo rapportarsi all’installazione, moltiplicando piccole porzioni di universi disegnati e colorati sulla superficie interna di scatole di fiammiferi. L’Equilibrio  tra la mano artigianale e la soggettività dell’arte è ritrovato nel gesto ripetuto e ogni volta diverso nella scenografia dell’insieme.

 

A Year In sanatorium, Dorota Buczkowska con Rodriguez Gallery di Poznan

SetUp nel weekend di Arte Contemporanea a Bologna. Dorota Buczkowska, A Year In sanatorium con Rodriguez Gallery di Poznan

 

Dorota Buczkowska si concentra sulla percezione della realtà: nella sua osservazione psiche e fisiologia, emozione e corporeità sono accostati e fatti convivere secondo un ’Equilibrio del limite, come se qualcosa fosse portato alle conseguenze più estreme, ma sempre prima di arrivare alla rottura o alla predominanza di uno dei due elementi.

Quando ho visto One Year in Sanatorium ho pensato che le foto fossero abitate da fantasmi, ed in effetti il disegno “infesta” la resa oggettiva della documentazione. Il progetto dal titolo emblematico si basa sulla raccolta di fotografie appartenenti, davvero o per la finzione che fa parte del gioco, ad un sanatorio in Norvegia. L’intervento grafico che  opera su di esse, con inchiostro, grafite o altri strumenti, aggiunge una nuova dimensione all’immagine. Sia questa dimensione fisica, mentale o emotiva, essa trasferisce lo stato mentale dei soggetti ritratti,caratterizzato da un misterioso senso di occlusione e paura, nella sfera del visibile concreto. Il disegno dà voce emozionale alla documentazione, stravolgendone il senso nella direzione che più aggrada all’idea del disegnatore, e le persone catturate dall’obiettivo nella Storia diventano attori di un teatro tutto contemporaneo. Buczkowska dichiara che  One year in Sanatorium ha questo titolo perché si riferisce al trattamento utilizzato per alleviare i sintomi di malattie croniche, così la raccolta è formata dalla rappresentazione di stati simili al disturbo, e al contempo dell’antidoto ad essi. L’artista cammina in bilico su una fune sottilissima dove la vita e la sua prematura necrosi si toccano, dove disgusto e delizia, atto sessuale ed emotivo non vogliono separazione.

 

SetUp, Dorota Buczkowska, a Year in a Sanatorium

SetUp nel weekend di Arte Contemporanea a Bologna. Dorota Buczkowska, a Year in a Sanatorium, 2013, Rodriguez Gallery

 

La galleria Rodriguez di Poznan ha proposto a SetUp una seconda serie di questa creativa multidisciplinare che usa mescolare pittura, scultura fotografia e disegno, sostenuta come One Year in a Sanatorium dall’ Istituto Polacco di Roma.

The Way Back si dedica  ancora una volta al riflesso fisico e materiale di uno stato mentale, solo che stavolta la struttura circolare del suo disegno esplica il processo stesso della creazione artistica.

 

The Way Back di Dorota Buczkowska, particolare

SetUp nel weekend di Arte Contemporanea a Bologna. Dorota Buczkowska, Particolare della serie The Way Back

 

La descrizione di un cerchio ha sempre fatto parte della preparazione accademica, qui utilizzato non più come elemento immutabile, ma come dimostrazione che anche nel più rispetto dello standard nella forma esiste sempre un margine anche minimo di personalizzazione, dove questi cerchi prendono vita secondo caratteri “vitali” unici tali da avvicinarsi all’umanità. La matericità stessa è data dal confronto o conflitto tra la pittura e il disegno nel suo medium principale che è la carta: quando la pittura ad olio si attacca alla speciale sottilissima carta ne risultano macchie che accentuano le caratteristiche “personalità” componenti i due materiali: l’olio così diretto e fisicamente invadente, la carta così fragile e tendente alla trasparenza.

Sempre che l’Equilibrio non ci abbandoni speriamo che Artscore possa continuare a trovare il disegno nell’Arte contemporanea. Magari a Bologna tra un anno.

Michela Ongaretti

Martin Disler ritratto dall'artista Giovanni Manzoni Piazzalunga

L’omaggio di Cannaviello al disegno furioso di Martin Disler

L’omaggio di Cannaviello al disegno furioso di Martin Disler

 

Martedì 10 gennaio sono stata per la seconda volta presso la nuova sede dello Studio D’Arte Cannaviello, qui ho visto una delle ultime mostre interessanti del 2016, la delicata opera onirica di Sofia Rondelli, e sempre qui ho avuto la fortuna di trovarmi al cospetto della produzione degli anni ottanta e novanta dello svizzero Martin Disler.

 

Martin Disler visto dall'artista Giovanni Manzoni Piazzalunga

Martin Disler visto dall’artista Giovanni Manzoni Piazzalunga

 

L’omaggio all’artista, a poco più di vent’anni dalla sua dipartita, arriva da Enzo Cannaviello che lo apprezzò e lo scelse da proporre al pubblico e al mercato italiano fin dal 1980, data della sua prima personale nella galleria. Ho avuto modo di sfogliare cataloghi che testimoniano la continuativa collaborazione in altre mostre nel corso degli anni, con l’apporto critico che accorda interesse per la sua ruvida ed espressionistica violenza del segno, la voluta costruzione di un linguaggio che rifiuta ogni velleità decorativa a favore della gestualità immediata.

 

Martin Disler, acrilico e carboncino su carta, 1989, ph. Sofia Obracaj

Martin Disler, acrilico e carboncino su carta, 1989, ph. Sofia Obracaj

 

Per mettere in evidenza, e portare all’attenzione di chi non lo conosce, la sua poetica nella sua necessità di fare emergere anche con l’uso di colore il tratto veloce e istintivo, si è scelto di presentare una retrospettiva delle opere su carta. Il supporto era prediletto perché congeniale ad un’esecuzione rapida, al concatenarsi di segni frenetici intorno ad un’idea e alle forme spesso facenti emergere la figura umana, poche linee a suggerirne un peso ed un volume, con l’esplosione di vigorosi e nervosi altri segni a darne un movimento in parte avvolgendola e in parte celandola.

 

Martin Disler, acrilico e carboncino su carta, 1989

Martin Disler, acrilico e carboncino su carta, 1989

 

Troviamo come è giusto che sia una selezione ristretta e coerente a questa visione, in totale una ventina di lavori anche su grande formato, dove accanto a pennellate e linee a carboncino o grafite e pennarello notiamo l’intrusione della stampa a monotipo usata come tecnica additiva nella logica di sovrapposizione e accostamento di tutto ciò che partecipa al flusso creativo, vorticoso, di chi non ha usato la carta come materiale preparatorio perché non concepisce fase preparatoria.

L’atto è tutto, l’arte è azione che scuote nel suo manifestare l’esibizione del suo processo, del suo farsi come atto iniziale e finale.

 

Tritico su carta di Martin Disler, in mostra allo Studio d'Arte Cannaviello, dove si nota l'uso del monotipo. Ph. Sofia Obracaj

Trittico su carta di Martin Disler, in mostra allo Studio d’Arte Cannaviello, dove si nota l’uso del monotipo. Ph. Sofia Obracaj

 

Tritico su carta di Martin Disler. Ph. Sofia Obracaj

Trittico su carta di Martin Disler. Ph. Sofia Obracaj

 

La dimostrazione del valore  di queste carte per l’artista stesso viene dal fatto che sono state intelaiate con cura per presentarsi come opere finite, pronte per l’osservazione inquieta di chi le voglia scrutare.

Cannaviello mi parla dei suoi esordi come “street-artist” ante-litteram per l’Europa, quando nella pulitissima e ordinata Zurigo realizzò dei dipinti murali dal forte intento provocatorio. Lo conosceva bene il gallerista, aveva seguito l’artista che pur rifiutando l’accademismo inseguendo la volontà di “dipingere male” e di non andare incontro al gusto del pubblico “aveva attraversato di diversi linguaggi espressivi del nostro tempo”, ponendosi come rivoluzionario e anticipatore di un linguaggio nella solitudine del suo personale processo creativo e nel rifiuto della modernità e dei suoi strumenti.

 

Visita alla mostra di Martin Disler, opera realizzata a grafite e pennarello su carta intelaiata, 1981. Ph. Sofia Obracaj

Visita alla mostra di Martin Disler, opera realizzata a grafite e pennarello su carta intelaiata, 1981. Ph. Sofia Obracaj

 

Il gesto primitivo e istintivo che lo portava a realizzare quelli che possono sembrare scarabocchi infantili era funzionale nel suo movimento continuo alla messa in crisi dello spazio del tempo. Emergono così puri come apparizioni i suoi temi ricorrenti, crudamente proposti senza descrittività, sono squarci di sentimenti ancor più violenti perché frammentari, come incontenibili e urgenti di tutta la loro irrazionalità soggettiva, la morte la sessualità. Argomenti senza tempo, fuori e dentro il tempo atavico: non c’è nostalgia nel suo “primitivismo” perchè non ha bisogno di cercarlo nel lontano passato trovandolo invece nell’animo dell’uomo che non può nascondere la sua natura selvaggia, non a chi considerava l’atta artistico una “ribellione romantica” come confidò a Demetrio Paparoni nel 1994. La modernità è smascherata con la soggettività brutale che informa la sua pittura, la sua scultura e la sua letteratura, dove lo stato naturale dell’essere umano è violento in quanto vivo.

 

Disegni di martin Disler in mostra presso lo Studio d'Arte Cannaviello, ph. Sofia Obracaj

Disegni di Martin Disler in mostra presso lo Studio d’Arte Cannaviello, ph. Sofia Obracaj

 

Vista della mostra "Martin Disler- Opere su Carta, ph. Sofia Obracaj

Vista della mostra “Martin Disler- Opere su Carta, ph. Sofia Obracaj

 

Anche quando le linee tratteggiano corpi stilizzati o parti di essi, queste figure trasudano sempre una carnalità accesa che emerge da una lussureggiante selva di segni, e tendono ad accostarsi o congiungersi ritualmente tra loro, de-componendosi nel loro movimento verso un’altra forma. La carne, o l’atto sessuale esplicito non fa differenza perchè entrambi presenti allo stato di Natura, evoca l’irrefrenabilità vitale e rivela allo stesso tempo il suo limite esistenziale nel disfarsi, nell’avvicinarsi all’idea di Morte. In questo la ricerca di Disler si avvicina alla poetica di Francis Bacon come egli stesso riconosceva,  per l’evocazione della dialettica tra dolore e gioia, vita e morte impressi e rivelati dall’anatomia sensuale.

 

Acrilico e carboncino in un lavoro di Martin Disler, in mostra fino al 18 febbraio presso lo Studio d'Arte Cannaviello

Acrilico e carboncino in un lavoro di Martin Disler, in mostra fino al 18 febbraio presso lo Studio d’Arte Cannaviello

 

Vista con gli occhi di oggi la pittura di Disler, dove il pennello segue la stessa forsennata e veloce scrittura di grafite e gessetti, pare avere assimilato la lezione espressionista di area germanica, interesse già avvertibile dalla sua giovanile unione al gruppo “Neue Wilde”, e si pensa ad un’influenza di Vlaminck e Kirchner in primis, mentre Munch o Ensor sono idealmente vicini nell’idea di trasfigurare il volto per rivelare il disagio sotto l’apparenza di normalità.

 

Un momento durante la vernice della mostra di Disler, Enzo cannaviello parla con alcuni ospiti, ph. Sofia Obracaj

Un momento durante la vernice della mostra di Disler, Enzo cannaviello parla con alcuni ospiti. Ph. Sofia Obracaj

 

Durante l'inaugurazione del 10 gennaio presso lo Studio d'Arte Cannaviello, ph. Sofia Obracaj

Durante l’inaugurazione del 10 gennaio presso lo Studio d’Arte Cannaviello, ph. Sofia Obracaj

 

Durante la visita penserete che esiste una forma di bellezza nelle opere su carta di Disler, è un vortice lucido e passionale allo stesso tempo, che non uno sguardo di considerazione non malevola sull’uomo per quello che dalla notte dei tempi ha ritualizzato, l’azione per l’affermazione della sua esistenza.

L’invito è a raggiungere lo Studio d’arte Cannaviello entro il 18 febbraio per questo protagonista del ventesimo secolo. In Piazzetta Bossi 4 a Milano.

Un ringraziamento speciale alla disponibilità e professionalità del prof. Enzo Cannaviello, dell’artista Giovanni Manzoni Piazzalunga e all’insostituibile fotografa Sofia Obracaj

Michela Ongaretti

Artscore da Cannaviello

Artscore visita la mostra Martin Disler-Opere su carta presso lo Studio d'Arte Cannaviello, ph. Sofia Obracaj

Artscore visita la mostra Martin Disler-Opere su carta presso lo Studio d’Arte Cannaviello, ph. Sofia Obracaj

La tavolozza di Matilde Dolcetti, restauratrice

La memoria dei materiali. Visita allo studio di Matilde Dolcetti, restauratrice a Milano

La memoria dei materiali. Visita allo studio di Matilde Dolcetti, restauratrice a Milano

La tavolozza di Matilde Dolcetti, restauratrice

La tavolozza di Matilde Dolcetti, restauratrice

 

I protagonisti dell’Arte non sono solo i suoi creatori, ma anche coloro che si prendono cura delle opere per permettere alle generazioni future di poterle vedere e capire.

Se per la comprensione del valore estetico (forse) c’è ancora bisogno di persone capaci di trasmettere un contenuto profondo, come idealmente i critici e gli storici dell’arte, è essenziale che le opere stesse si possano conservare e leggere. Questo è ovvio per le opere antiche, ma lo è un pò meno per quelle contemporanee, da quando non sono costituite di sola pittura ma di materiali più svariati, spesso di assai facile deperibilità.

 

Il tavolo da lavoro nello studio di Matilde Dolcetti

Il tavolo da lavoro nello studio di Matilde Dolcetti

 

Per questo ho voluto incontrare la restauratrice Matilde Dolcetti, un leader del settore, esperta e conoscitrice della materia di cui è fatta l’Arte.

Sono andata a trovarla nel suo laboratorio, in un pomeriggio milanese d’inizio autunno.
Mi accoglie con la sua personalità croccante, con l’entusiasmo di chi non si accontenta delle sua esperienza ma cerca costantemente l’aggiornamento e il confronto curioso con i professionisti internazionali.

Il suo intervento è stato richiesto per opere di grandi protagonisti del novecento come Adami, Agnetti, Capogrossi, Piacentino, Man Ray, Albertini, Hsiao Chin, Alys, Fontana, Angeli, Arienti, Picabia, Balla, Baj, Biasi, Funi, Boccioni, Bonalumi, Calderara, Carrà, De Chirico, Dova senza esaurire l’elenco.

 

Tra gli strumenti un metro gadget di Gio Marconi

Tra gli strumenti un metro, gadget di Gio Marconi


Inizio con una domanda all’apparenza banale, ben sapendo che non esistono domande banali se le risposte sono accurate.

Matilde qual è il suo lavoro?

Fino a poco più di dieci anni fa mi definitivo restauratrice di dipinti, ora mi occupo anche di opere moderne e contemporanee lavorando spesso sul tridimensionale, sculture o installazioni, collage, materiali non tipici della pittura. Questa scelta ha cambiato radicalmente il mio modo di operare perché l’intervento su opere contemporanee obbliga il restauratore a stimoli continuamente nuovi, a incontri con gli artisti per seguire la costruzione del loro processo creativo, conoscere quelle tecniche esecutive che prima, trattando solo pittura antica, non erano così frequenti.

 

La restauratrice ci mostra la stravaganza iconografica di un dipinto

La restauratrice ci mostra la stravaganza iconografica di un dipinto

 

E’ necessario conoscere nello specifico il comportamento nel tempo di questi materiali “sperimentali”? Sono molto diversi tra loro…immagino sarà coadiuvata da molte personalità del settore.

E’ fondamentale la conoscenza intrinseca di ogni materiale su cui si va ad operare, una continua e costante formazione, seguire corsi di aggiornamento e studiare le pubblicazioni dei colleghi. Ad esempio, un paio di anni fa, ad un corso sul restauro e la conservazione della plastica all’Università di Amsterdam, ho appreso come comportarmi in presenza di questo materiale, per sapere come trattarlo e conservarlo nel futuro. Però di fronte ad un progetto concreto, e nelle fasi di intervento, bisogna consapevolmente avvalersi di colleghi specializzati nei materiali specifici e lavorare in equipe. E’ necessario capire che non si può pretendere di essere poliedrici nel nostro campo.

 

Gli strumenti del mestiere

Gli strumenti del mestiere

 

Non è ovvio domandarsi chi sono oggi i suoi clienti. L’Italia con i suoi collezionisti è una presenza forte?

Si, la maggior parte dei collezionisti privati che si rivolgono a me sono italiani, e si avvalgono del mio lavoro alcune importanti fondazioni milanesi.
I primi comprano spesso come forma di investimento diversificata. A volte si affidano ad un art dealer che acquista e rivende per loro e le opere vengono direttamente messe in un deposito senza essere nemmeno tolte dalla cassa in attesa che il loro valore salga. Altri collezionisti usano ruotare le opere all’interno della casa esponendone di diverse ogni tre mesi, amano le opere tridimensionali e di grandi dimensioni. Questi clienti sanno come è necessario conservarle correttamente e spesso il mio intervento si limita al controllo dello stato, ogni volta che escono e rientrano nei depositi.
Lo stesso tipo di intervento riguarda le Fondazioni: il vantaggio è che queste hanno un conservatore fisso che si cura della tutela dei loro beni, ma essendo aperte al pubblico subiscono spesso la curiosità e la voglia istintiva di toccare dei visitatori con conseguenti danni.

 

Un ricordo delle commissioni per la Fondazione Prada

Un ricordo delle commissioni per la Fondazione Prada

 

L’acquisizione dei clienti nel restauro si basa sul passaparola. Un po’ come si cerca un buon medico: non si va su internet e spesso quando si trova un bravo restauratore si diventa un po’ gelosi e si è restii a dare il suo nome, per poter tenere il professionista libero per un futuro incarico.
A Milano i restauratori con una certa esperienza che si occupano di interventi sul moderno e contemporaneo sono ancora pochi, si contano sulle dita d’una mano.

 

Il restauro è anche fotografico presso lo studio Dolcetti

Il restauro è anche fotografico presso lo Studio Dolcetti

 

Leggo nella sua biografia che si è formata con Edo Masini, docente di restauro di dipinti presso l’Opificio delle Pietre Dure, e di aver in seguito collaborato a lungo con lo studio Pinin Brambilla di Milano. Quali sono secondo lei oggi gli enti accreditati di maggior valore per la formazione di un restauratore, le realtà che si muovono attivamente nella ricerca scientifica?

Due capisaldi per la formazione sono sempre l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze e L’Istituto Centrale del Restauro a Roma, sul Moderno e  Contemporaneo oggi sta sviluppandosi sempre più la Scuola della Venaria Reale di Torino.
Non si può pensare di parlare di restauro del moderno e del contemporaneo se prima non si ha ricevuto una formazione solida sul restauro in tutti i suoi processi. Poi ci si specializza, ma prima bisogna affrontare tutto il discorso tradizionale.
Inoltre è fondamentale far seguire al ciclo di studi un periodo di formazione ed esperienza di alcuni anni presso degli studi di restauro per l’applicazione di ciò che si è appreso, continuo a sconsigliare di aprire subito uno studio dopo il diploma.

 

Precisione scientifica

Precisione scientifica

 

Lei è originaria di Venezia, cosa mi può dire delle differenze, se ve ne sono, tra la pratica del restauro a Milano e in altre città?

Non lavoro a Venezia da moltissimi anni per cui non posso fare un confronto, ricordo un antico mondo fatto di botteghe e pratica artigianale, nel bene e nel male. Posso però  elencare i vantaggi di fare un lavoro come il mio a Milano, come la possibilità di frequentare numerose gallerie e di conseguenza i loro artisti e collaborare con loro. Ci sono le grandi case d’aste i cui possibili acquirenti chiedono al restauratore una consulenza sull’opera che vorrebbero battere in asta, c’è movimento nelle collezioni. Inoltre c’è forse più facilità per noi operatori nel reperire i materiali, e credo  ci sia lavoro per tutti. Almeno per il momento.

 

Memorabilia della restauratrice

Memorabilia della restauratrice

 

Non ha mai pensato di fare didattica?

E’ una questione di scelte, credo che l’insegnamento e le pubblicazioni richiedano molto tempo tale da toglierne al laboratorio, e di impostare il lavoro in maniera diversa. Alcuni colleghi lo fanno abitualmente ma a quel punto l’attività diventa un’impresa con delega obbligatoria a collaboratori per gli interventi sulle opere. Io preferisco continuare a lavorare sul campo, essere io responsabile di quello che esce dal mio laboratorio e dedicarmi alla formazione personale. Ad esempio il prossimo seminario tratterà il restauro e la ricostruzione digitale 3D e sarà organizzato dal centro di studi CESMAR7.

 

Particolare del laboratorio

Particolare del laboratorio

 

A quali problematiche va incontro più spesso un’opera d’arte contemporanea?

I materiali costitutivi sono il problema maggiore , si pensi alle opere di Gilardi in gommapiuma o al polistirolo di Colombo , materiali non testati nel tempo e molto fragili che andrebbero esposti con parametri rigidissimi di temperatura luce e umidità. Spesso è la movimentazione che rovina le opere : trasporti fatti con personale non specializzato oppure la manutenzione errata o la sottovalutazione dell’opera stessa spesso viene affidata alle cure del personale di servizio in casa, non preparato a trattare con manufatti artistici.
Oppure ci si mette il caso..(mi mostra un’’opera di
Francesco Vezzoli che ha subito un allagamento).
Spesso le soluzioni per intervenire le troviamo in campi che esulano dal nostro: ad esempio mi fu sottoposto un danno su un’installazione costituita da vecchio cuoio che era stata vandalizzata con una penna a sfera verde che non era possibile asportare in alcun modo.La soluzione la trovai da un dermatologo che la asportò con la macchina usata per eliminare i tatuaggi: questo dimostra l’importanza di una mente aperta, inventiva, e la comparazione con materiali simili.

 

Filtri di prova per la pulitura

Filtri di prova per la pulitura

 

Si confronta con gli artisti sui criteri nella scelta di un intervento?

Se si tratta di artisti viventi cerco di consultarmi con loro per conoscere il loro modus operandi, la tecnica ed i materiali impiegati. Ad esempio anni fa mi successe di dover contattare Emilio Tadini per un’opera che aveva dei sollevamenti di colore ed era molto difficile da fissare; quando al telefono gli chiesi che smalto avesse usato lui quasi vergognandosi mi disse che era vernice da carrozziere, e aggiunse che l’aveva utilizzata solo per un breve periodo. Si scusò mille volte per la fatica che stava facendomi fare!

 

La cartella colori autoprodotti

La cartella colori autoprodotti

 

 

ln ogni caso la loro consulenza e approvazione è fondamentale perché il rischio di un’operazione arbitraria anche minima è che l’opera venga disconosciuta, lo stesso vale per gli artisti scomparsi ma che hanno una loro Fondazione di riferimento : è importante rivolgersi a loro prima di progettare qualsiasi operazione e concordare con loro come agire. Ad entrambi i soggetti chiediamo anche quali sono stati gli interventi effettuati in precedenza. Sono ancora pochi gli artisti che si interessano di scegliere materiali che durino nel tempo, ma alcuni sono molto collaborativi e rendono meno difficoltoso il lavoro, soprattutto se stranieri. Ad esempio l’artista americano Gober è estremamente generoso e pignolissimo nel descrivere ogni materiale utilizzato e nel fornire le istruzioni per l’installazione.

 

Particolare di uno splendido dipinto in restauro presso lo studio

Particolare di uno splendido dipinto in restauro presso lo studio

 

Cosa è cambiato nel restauro, parlando solo degli ultimi vent’anni?

Moltissime cose, a parte corsi di aggiornamento allora rarissimi, i metodi erano piuttosto invasivi. Ora la ricerca continua si rivolge a materiali meno aggressivi, le puliture si fanno ad hoc per ogni opera tenendo conto del ph e della conducibilità della materia da trattare, usando pochissimi solventi scegliendo piuttosto tensioattivi o chelanti o morbidi gel che non penetrano negli strati pittorici. Le vernici e i colori sono autoprodotti negli studi di restauro sempre a seconda della materia da ritoccare.
In effetti a colpirmi è la tavolozza dei colori di Matilde e la  pulizia e l’ordine del laboratorio, che mi dimostra quanto mi dice sull’importanza di operare in sicurezza sulle opere e sulle formule chimiche

Mi spiega che oggi il lavoro è più lungo ma si rispetta al massimo l’originalità dell’opera.

 

Particolare di un dipinto bisognoso di restauro

Particolare di un dipinto bisognoso di restauro

 

Fino a che punto vale la pena di intervenire?

Appartengo al filone del “minimo intervento” : ogni volta che un’opera entra nello studio di un restauratore subisce un’invasione anche se a fin di bene. Lo stesso spostamento dal luogo di installazione abituale al laboratorio è un piccolo trauma. Bisogna cercare di agire intervenendo solo e unicamente per risolvere l’eventuale problema, educare il proprietario che suggerisce interventi non necessari : verniciature per rendere il colore più brillante, puliture superflue, reintelaiature in presenza di piccole lacerazioni risolvibili con una sutura localizzata.
Ci sono poi casi dolorosi in cui
“l’accanimento terapeutico” è inutile e costosissimo per un cliente ad esempio in presenza di massicci attacchi di muffa uno dei peggiori nemici delle opere : la muffa aggredisce e divora inesorabilmente e se si arriva troppo tardi nulla si può fare se non rinunciare all’opera . C’è chi decide di ridipingere totalmente ( in alcuni casi in America ridipingono totalmente le opere degli anni 50  esposte all’aperto ) o sostituire dei pezzi con materiali totalmente nuovi invece di cercare di restaurarli : più velocità e meno fatica ma a quel punto l’opera è stata fatta dall’artista o dal restauratore o a quattro mani? E in che epoca ? oggi o ieri?

 

Craquelure in evidenza su un dipinto in fase di restauro da Matilde Dolcetti

Craquelure in evidenza su un dipinto in fase di restauro da Matilde Dolcetti

 

Matilde riflette su come la deformazione professionale la porti istintivamente ad osservare l’opera esposta dal punto di vista scientifico e materiale e avvicinarsi fisicamente ad essa, quando vede in seguito la stessa opera in una mostra le pare di guardarla per la prima volta, godendone come un qualsiasi spettatore amante dell’arte.

E’ molto interessante come la visione della restauratrice dimostri che la conoscenza è spesso una questione di approccio, di come la fruizione mostri l’opera d’arte vicinissima all’essere umano, come chi l’ha generata la sua comprensione è sempre condizionata al contesto.

 

Un angolo dello studio Dolcetti

Un angolo dello studio Dolcetti

 

Termino questo viaggio nel restauro con la curiosità di un’area inesplorata.
Matilde mi parla spontaneamente del suo interesse verso la Street Art, o meglio dei murales, che la critica acclama da tempo come opere degne di interventi per la loro conservazione. La restauratrice ha trovato nell’Università di Atene contatti con professori universitari che si stanno dedicando allo studio e alla conservazione dei murales e sta progettando una collaborazione con loro. Il murale viene costruito secondo la filosofia della sovrapposizione
e il compito delicato, e interessante socialmente, è proprio quello di capire e decidere cosa e come vada mantenuto.

In Italia non è ancora così diffusa la cultura tutelativa della pittura di strada, se si pensa che Philadelphia, dove esistono più di duemila murales, utilizza l’1% delle tasse per sostenere gli artisti e la ricerca per la conservazione di tali opere. Nei progetti di Matilde Dolcetti c’è lo studio della struttura chimico-fisica dei murales e la sua evoluzione negli anni per restauro e conservazione  adeguati.

Michela Ongaretti

Foto di Giovanni Manzoni Piazzalunga

Ritratto di Antonio Miniaci di Giovanni Manzoni Piazzalunga per Artscore

Il messaggio dell’arte e il suo mercato: intorno al mondo e ancora a Brera. Intervista ad Antonio Miniaci

 

Il messaggio dell’arte e il suo mercato: intorno al mondo e ancora a Brera. Intervista ad Antonio Miniaci

di Michela Ongaretti

Brera, una delle zone più chic della città, un tempo concentrazione di gallerie d’arte, anche quando soltanto dieci anni fa Milano mi accoglieva tra i sui cittadini. Oggi tutto è cambiato e in via Brera sono rimasti in tre: Miniaci Art Gallery, Ponterosso e Il Castello. Lo spiegava proprio Antonio Miniaci nel 2013 per un servizio del TG2.

La personalità del gallerista ha attirato la mia attenzione per il suo metodo peculiare di presentare gli artisti e per il fatto di essere davvero uno dei pochi a continuare a vendere l’arte e puntare sui giovani. Ho ottenuto un’intervista al numero 3 di via Brera e abbiamo così chiacchierato su passato, presente e futuro, di chi opera in un settore così delicato.

Ritratto di Antonio Miniaci di Giovanni Manzoni Piazzalunga per ArtscoreRitratto di Antonio Miniaci, Giovanni Manzoni Piazzalunga per Artscore

Gli domando brutalmente cosa ha fatto si che resistesse così a lungo, quali sono gli ingredienti segreti per una ricetta di successo in un mondo che sembra non avere più bisogno di bellezza. Mi aspetto un minimo di tracotanza, e invece esce dalla sua voce fiera di uomo che si è fatto da se un tocco di umiltà, per cui “non esiste una formula certa, se non il grande amore e la grande passione per Milano e per l’Arte”, una vita dedicata a questo e la tenacia a continuare lungo la strada intrapresa accettando le possibili cadute, niente più.

miniacimod008Il dipinto di Antonio Tamburro all’interno della Miniaci Art Gallery in via Brera a Milano,  foto di Sofia Obracaj

A questo aggiungerei una capacità di saperla vendere, l’Arte. Un potere di convincimento sull’investimento, e del valore intrinseco del godimento di un bene artistico. Cosa da ben pochi nel panorama italiano, fatto di chi resta in Italia a languire e lamentarsi, o di chi ha deciso di portare il talento in altri lidi, lontani, estremamente ad Ovest negli Stati Uniti, od estremamente ad Est verso la Cina o la Corea. Antonio Miniaci ha saputo guardare oltre i confini, “girare il mondo per trovare i mercati giusti”, ed ampliare i suoi spazi e le sue conoscenze per portare il suo business e la sua passione in diverse aree del globo, ma è anche rimasto. Ha continuato a dare fiducia alle due sue patrie italiane, Milano e l’area salernitana originaria, la terra velia dei suoi antenati, “la casa della cultura ellenica”.

miniacimod005 (1)Le vetrine della Miniaci Art Gallery, foto di Sofia Obracaj

Oggi il gallerista sta passando il testimone della lunga attività in mano ad Ilaria Miniaci,  quando possiamo vedere l’espansione mondiale della sua attività: in Italia tra Milano, Siena e Positano. In Europa a Bruxelles e negli Stati Uniti a Miami, per arrivare in Cina. 

Positano è un luogo chiave per la testimonianza di un cambiamento nn verso la crescita, purtroppo. Il mio interlocutore afferma che la qualità delle opere esposte è differente perché si adatta al tipo di pubblico, in riviera il mercato d’ arte ha una tendenza più decorativa, e mi ricorda di come avesse ben tre gallerie che ora non ci sono più; però, dopo il giro del mondo, a Positano è rimasto con la “best location”, un punto per la vendita nella costiera da cui transitano persone da ogni parte del globo.  

miniacimod004 (1)Antonio Miniaci mi racconta di Positano,  foto di Sofia Obracaj

Ad Hong Kong c’è dal 2007. Mi spiega che questa location, come pure a Bruxelles, nasce dal suo desiderio di unificare diverse attività esperienziali legate alla cultura italiana come il turismo, il benessere e la cucina, all’arte. Quello che si trova in Cina sono pezzi importanti di storicizzati (Dali). e di grandi nomi d’oggi ospitati in una zona di prestigio del locale dell’italianissimo chef Umberto Bombana.

miniacimod006 (1)Una visitatrice orientale in via Brera,  foto di Sofia Obracaj

Mi presenta il figlio Gianluca che ha scelto il mestiere d’artista e che è molto attivo proprio in Cina, una famiglia dedicata all’arte se si pensa che il primissimo contatto di Antonio fu la conoscenza della moglie con un mercante d’arte. Gli chiedo se si sente più gallerista o più mercante e mi confida che ci sono stati diversi periodi e diverse necessità, aveva iniziato come mercante, senza previsioni.

miniacimod007Dalla vetrina verso il giardino interno con sculture,  foto di Sofia Obracaj

Con gli storicizzati quali Rotella, Schifano, Chia, organizza periodicamente mostre con il suo sistema di accostare il loro nome a quello di giovani o emergenti. In effetti mi aveva parlato bene di Antonio Miniaci qualche anno fa Giovanni Manzoni Piazzalunga, che lo ricorda come il suo primo gallerista, colui che prese i disegni di un ragazzo appena uscito dall’ accademia e li accostò alle opere di grandi nomi dell’arte contemporanea: nel confronto esce rafforzato il potenziale della tecnica e della poetica del giovane ma si ossigena pure l’immagine del celebre autore rapportato alla novità estrema; logicamente nel vivente serve uno stile dalla personalità identificabile e schietta perché deve reggere il tenore di quella conclamata. Per questa scelta un’esperienza di molti anni come quella di Miniaci è necessaria, non tutti possono permettersi l’ardire di accostamenti inediti.

miniacimod009La vetrina di Miniaci e la città,  foto di Sofia Obracaj

La stessa sensibilità ha riconosciuto anche la portata culturale di chi giovane non è e nemmeno artista del pennello tout court come Dario Fo. Una parte della storia del nostro pensiero e della nostra immaginazione è tributario delle sue parole, e la sua pittura è stata testimone e compagna della composizione di molte opere teatrali: a lui fino all’11 giugno  Miniaci Art Gallery ha dedicato una mostra personale.

miniacimod015 (1)Alcune pubblicazioni sugli artisti rappresentati,  foto di Sofia Obracaj

Sono lieta del messaggio positivo che mi trasmette pensando al ruolo del critico d’arte, per lui fondamentale perché è colui in grado di far capire il messaggio culturale custodito nell’opera d’arte; deve riuscire a farlo capire anche al gallerista e deve esserne conscio anche il mercante, che chiude sensatamente il cerchio della trasmissione di questo messaggio al collezionista.

miniacimod013 (1)Miniaci Art Gallery, un dipinto di Dario Fo.  Foto di Sofia Obracaj

Nella galleria di via Brera 3 vedo chiaramente la linea seguita da sempre, ci sono opere di autori storicizzati come Chia, Mimmo Rotella, Chagall, Guttuso, Manzù, Sassu, Vedova, Morlotti, Warhol,  insieme a giovani personalità, spesso anche emergenti. Con questi Antonio Miniaci si assume un doppio incarico, quello di gallerista che segue con attenzione la produzione degli artisti per due o tre anni, per poi proporre un contratto in esclusiva e trasformarsi quindi in mercante d’arte.

miniacimod003 (1)“Chi ne fa una ragione di vita”, sullo sfondo un dipinto di Domenico Marranchino.  Foto di Sofia Obracaj

La sua selezione avviene come mi dice eloquentemente con gli “artisti che fanno del loro lavoro una ragione di vita”, non ci sono improvvisati o senza esperienza. Tutti coloro le cui opere sono passate tra le mani di Antonio Miniaci dedicano le loro forze alla sperimentazione e alla disciplina dell’apprendere una specifica tecnica che li contraddistingue. Miniaci intende rappresentare chi per lui continua una tradizione, quella che ha reso l’Italia grande nel mondo nei secoli passati, e che ha avuto grandi protagonisti nel XX secolo. E’ importante per lui “saper lavorare” che si traduce nel sapere piegare alla visione interiore un discorso pratico e tecnico.

miniacimod011Dall’interno verso il quartiere,  foto di Sofia Obracaj

Guardandomi intorno vedo che non si è lasciato sfuggire il recente interesse italiano per la street-art. Con coraggio Miniaci punta sulla crescita di questo fenomeno che sta prendendo piede da noi e che secondo il gallerista riuscirà ad espandersi. Vedo infatti alle pareti un lavoro di KayOne, giovane senza dubbio e sperimentatore sulla tela di tecniche apprese dal muro.

miniacimod014 (1)Ruben D’amore, direttore della galleria, posa di fronte ad un lavoro di Kay-One, foto di Sofia Obracaj

Mi racconta di come l’incontro con la street-art è avvenuto per Miniaci a Miami. Della città della Florida ha avuto modo di vedere un modello di sviluppo economico basato sull’arte. “E’ un reale esempio vincente” continua a spiegarmi, quello del quartiere di Wynwood. Lui lo vide quarant’anni fa prima della sua trasformazione, quando ancora la Florida era un luogo dove svernavano i pensionati; poi la città si è davvero risvegliata, complice anche la presenza del lusso di Gianni Versace, e mobilitata anche la classe politica per renderla un centro esclusivo con nuovi investimenti anche per i giovani.

miniacimod010Riflessi scultorei, foto di Sofia Obracaj

Il modello di risveglio nel puntare su arte e cultura anche in termini economici per lui è osservabile al Sud Italia nell’esempio del paese di Praiano, ma in generale lo auspicherebbe ovunque in questo che “potrebbe essere un museo a cielo aperto”.

Art Basel si è inserita a Miami con la sua “selezione ferrea” per i galleristi e artisti, un merito per Miniaci, che “hanno puntato sugli storicizzati”. Ma Miniaci continua a credere in tanti italiani che stanno crescendo. Oso chiedere chi..lui mi parla di Davide Disca, Fabio Giampietro, KayOne, Domenico Marranchino, Antonio Tamburro.

miniacimod019 (1)Un’ultima stretta di mano presso la Miniaci Art Gallery, foto di Sofia Obracaj

La vita intensa per e con l’arte ha permesso ad Antonio Miniaci di realizzare molti dei suoi sogni ma lui dice di sentirsi come all’inizio, con il mistero del futuro e con la stessa elettricità del bambino che guarda le nuvole e continua a sognare di girare il mondo.

Michela Ongaretti

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miniacimod021 (1)Interno della Miniaci Art Gallery, foto di Sofia Obracaj

miniacimod017 (1)Di fronte ad un dipinto di Gianluca Miniaci, foto di Sofia Obracaj

miniacimod018 (1)Antonio Miniaci e Sandro Chia, foto di Sofia Obracaj

Memola, particolare

Le intricate forme di Gabriele Memola alla Galleria Rubin

Le  intricate forme di Gabriele Memola alla Galleria Rubin

di Michela Ongaretti

fino al 21 giugno in via Santa Marta 10 a Milano

 

foto_sez_177_5_mSenza Titolo, 2008, pennarelli acrilici su tela, 130 x 180 cm courtesy Galleria Rubin

Anche un artista non figurativo come Gabriele Memola, classe 1971, basa la propria ricerca sul disegno.

Tutta la sua personale visione in una veste squisitamente grafica, tracciata con pennarelli acrilici, la si può osservare presso la Galleria Rubin a Milano fino al 21 giugno.

Memola si è diplomato a Brera e torna da Rubin con la sua seconda personale milanese, dopo sette anni: ha realizzato  per questa esposizione una nuova serie di lavori su tela di diverse dimensioni.

Un momento del vernissage di Gabriele Memola presso la galleria RubinUn momento del vernissage di Gabriele Memola presso la galleria Rubin, ph. Sofia Obracaj

Il disegno è sicuro, senza ripensamenti delimita forme geometriche che si “agganciano” le une alle altre creando una texture brulicante, come un’esercito di piccoli elementi descritti con l’arma propria del fumetto, il pennarello. Quella la cui rapida asciugatura permette il non interrompersi di un flusso formale e gestuale, che è l’essenza della composizione di ogni opera di Memola.

In realtà se noi osserviamo da lontano queste tele scorgiamo una sagoma addensata, compatta di questi elementi, come uno sciame, a velare uno strato sottostante più scuro o più colorato rispetto al bianco e nero in primo piano. Come uno sciame nell’avvicinare il nostro sguardo rivela la sua differenziazione in mille parti coese a ricoprire la superficie.

foto_sez_177_2_mSenza titolo, 2008, pennarelli acrilici su tela, 250 x 250 cm, particolare. Courtesy Galleria Rubin

Quelli che per alcuni sono segni, sono nella loro logica nient’altro che linee, perchè seguono un andamento, e la forma che ci regalano è data dall’arrampicarsi continuo come un ragionamento. Questa  linea, linea che si contorce, linea che si ramifica, intreccio senza fine avviluppato sopra la superficie della tela,  sempre suggerisce e lascia intravedere quel piano sottostante confermato e confortato nel suo essere piano vuoto da un oggetto o un addensarsi di materia, a volte rossa come un organo interno protetto dall’intelaiatura della cassa toracica. Solo che nel nostro mondo l’apparenza è quella che permette una visione, l’immagine esteriore fa da scudo a ciò che solitario non sopravviverebbe: siamo vivi grazie alle nostre sovrastrutture, e per questo ad esse è affidato un messaggio in una breve scritta, che viene nascosto dagli intralci quotidiani per non farsi troppo scoprire, ed eliminare perché sporca la fluidità, una fluidità che vista da vicino non è poi così netta.

Riflessioni davanti a una tela di Memola, 7 giugno galleria RubinRiflessioni davanti ad una tela di Memola durante il vernissage del 7 giugno, ph. Sofia Obracaj

I lavori di Memola sono più sensati, più armonici da lontano, ma rivelano il loro brulicare di presenze scomposte da vicino, rivelano tutte le fratture di un mondo in pezzi, che si regge grazie a una struttura ordinata e poco comprensibile per chi ne vive l’insieme, e il suo effetto, per tutti coloro che ad un certo momento leggono tra i segni o le linee e che si illudono per un attimo di aver sbrogliato la matassa. Osservo meglio e ancora, e mi rendo conto di non esser fuori dal labirinto di Escher.

Particolare di una tela di Gabriele MemolaUna tela da vicino, Gabriele Memola presso la Galleria Rubin. ph. Sofia Obracaj

La Galleria Rubin è nata a Milano nel 1997 per concentrarsi su pittura e scultura contemporanea, italiana ed internazionale. Gli obiettivi principali sono due: esaltare il valore manuale dell’eccellenza nelle tecniche artistiche e lanciare giovani talenti italiani sia in patria che all’estero, in rappresentanza esclusiva. Inoltre si impegna a sviluppare progetti site-specific e accompagnare la commissione di opere, grazie alla collaborazione di istituzioni private e pubbliche, e ai suoi collezionisti.

Fondata o da James Rubin e Christian Marinotti, entrambi “figli d’arte” di importanti galleristi e collezionisti: rispettivamente Lawrence Rubin fu tra i maggiori galleristi statunitensi dagli anni Sessanta agli anni Novanta, e Paolo Marinotti fu fondatore delle attività di Palazzo Grassi a Venezia. Oggi i tre direttori della galleria sono  James Rubin, Paolo Galli e Pierre André Podbielski.

Scorcio di via S. Marta dalle vetrine della galleria RubinScorcio di via S. Marta dalle vetrine della galleria Rubin, ph. Sofia Obracaj

Per trovarla bisogna addentrarsi nella struttura a ragnatela della zona più antica di Milano, tra via Torino e Piazza Cordusio, quella denominata oggi delle “5vie”. Facilissima da scorgere per i turisti che cercano il respiro della Storia cittadina, le sue due vetrine d’angolo valgono sempre una sosta.

Michela Ongaretti

Quaderni-Milanesi-di-Guido-Buganza-presso-la-galleria-Gli-Eroici-Furori

Michela Ongaretti incontra Guido Buganza agli Eroici Furori

Galleria Gli Eroici FuroriGalleria Gli Eroici Furori- Guido Buganza – Quaderni Milanesi

Guido Buganza Quaderni Milanesi alla Galleria Gli Eroici Furori a cura di Silvia Agliotti e patrocinata dal FAI (Fondo Ambiente Italiano).

Sabato pomeriggio sono stata a Gli Eroici Furori Arte Contemporanea  dove ho avuto modo di parlare con l’artista, prima che arrivassero numerosi visitatori a rivolgergli domande in occasione dell’apertura straordinaria per le giornate di Primavera del Fai.

Guido BuganzaGuido Buganza, La Stanza Blu

Durante il week end era possibile visitare beni non sempre aperti al pubblico come l’Albergo Diurno Venezia, luogo sotterraneo di grande fascino, e un tempo di grande utilità pubblica in città, legato alla mostra perché l’artista ha realizzato dipinti raffiguranti alcuni arredi ancora presenti presso l’Albergo dopo il restauro.

La gallerista e curatrice della mostra Silvia Agliotti ha associato il nome di Guido Buganza a quello del FAI,con una mossa intelligente e che ha dato buoni frutti in termini qualitativi e di risposta del pubblico. La delegazione FAI di Milano ha dato infatti il patrocinio all’esposizione e parte del ricavato delle opere vendute sarà devoluto a sostegno dei progetti di valorizzazione del Diurno Venezia e del patrimonio culturale d’Italia. Se quindi non lo avete ancora fatto consiglio vivamente la visita in via Melzo fino al 25 marzo.

Guido BuganzaGuido Buganza, Poltrona da Barbiere al Diurno

Guido Buganza ritrae un luogo attraverso i suoi particolari, la suapittura ad olio si sofferma su ciò che resta degli arredi dell’Albergo diurno destinato nei tempi andati a ristorarecon un bagno, una rasatura o una pedicure le membra stanche di cittadini o più spesso viaggiatori in transito a Milano, dove la toilette era un servizio pubblico inserito in un contesto elegante, progettato da un architetto di fama comePiero Portaluppi, lo stesso che ha realizzato la modernissima e lussuosavilla Necchi Campiglio, ora un vero e proprio museo, nell’area di Porta Venezia come il Diurno e come questo custodito, mantenuto e valorizzato dal FAI.

Mi domando se i suoi avventori si rendessero conto di stare all’interno di un gioiello architettonico dell’epoca, splendido esempio di Art Déco costruito tra il 1923 e il 1925 e raro esempio nel suo genere. Non sembra essere quello dello stile dell’edificio l’obiettivo dei “ritratti” di Buganza intento a ricercare piuttosto con le sue prospettive spiate, gli angoli nascosti e le sedie vuote il genius loci ancora vivente laggiù, sotto a Piazza Oberdan.

E lo spirito del luogo, fatto di intrecci di storie frammentarie, di presenze bisognose di una pausa dal trambusto della quotidianità o del viaggio aleggia sulle sedie del barbiere, sulle piastrelle, nelle tubature umide. Proprio di questaassenza/presenza umana mi ha parlato Buganza ragionando sullo stile di oggi e sul suo lavoro come scenografo di ieri.

Aveva iniziato come artista su tela, poi il diploma in Scenografia all’accademia di Brera lo porta dentro il mondo del teatro che lo impegna in moltissime realizzazioni per una carriera intensa di cui festeggia venticinque anni, e riapproda da pochi anni all’esclusiva dedizione di quello che definisce il grande amore che lo richiama a sé, la pittura.

Quaderni Milanesi Quaderni Milanesi di Guido Buganza, particolare di un dipinto

I soggetti che vediamo in mostra sono una logica conseguenza di questa scelta, quella del passaggio dalla scenografia alla disciplina che mi dice di farlo sentire “demiurgo di me stesso”,frutto di una riappropriazione di un linguaggio indipendente dalla visione scenica. Alcuni anni fa i suoi dipinti rappresentavano unicamente la figura umana, spesso attraverso particolari o ripresa da molto vicino: mi spiega che era come se volesse contrastare uno spaziointerpretato e vissuto come quello scenico, attorno a questi corpi. Come se temesse di affrontare un ambiente attorno alla figura in quanto non ancora emancipato ed evoluto dalla disciplina che lo ha impegnato per gran parte della sua esistenza. L’evoluzione era in corso, e risultati di questa ricerca costante li vediamo ne “I quaderni milanesicon la restituzione agli occhi di questo spazio attorno alla presenza umana, definita nella sua assenza, mediante gli oggetti per lei costruiti.

Non poteva essere diversamente per i lavori sull’Albergo Diurno, dovel’immaginario dell’osservatore si sviluppa su ciò che si avverte e non si vede, dove lo stato di conservazione di oggetti nel loro abbandono lascia intuire la precisa e frequente funzione del loro uso originario , dove il silenzioso e riflessivo fissarsi dell’immagine richiama i suoni dell’ attività quotidiana. Sono frammenti di un declino che richiama in vita una storia, molte storie, che ripopola di persone attraverso la visione degli strumenti di cui si servivano.

Scorrendo la sua biografia rimango colpita da due nomi tra i numerosi, come i premi nobel Dario Fo ed Harold Pinter per il teatro, due personaggi nel mondo della cultura che sono anche tappe della mia storia formativa e professionale.

Abergo Diurno VeneziaUn interno dell’ Abergo Diurno Venezia dipinto da Guido Buganza

Il primo è quello diEmilio Tadini, figura senza la quale questo articolo non potrebbe essere letto perché non esisterebbe ilmagazine creato dal figlioFrancesco Tadini – Milano Arte Expo – come non esisterebbe lacasa Museo e spazio d’arte Spazio Tadini sorto sullo studio dell’intellettuale, dove si è concretizzata per me la proposta di collaborazione più di un anno fa. Guido Buganza ha lavorato come scenografo per lo spettacoloLa Tempestatratto dal romanzo di Tadini nella stagione del Teatro Franco Parenti 1993/94, poi è stato suo assistente per Il Barbiere di Siviglia sempre al Parenti quando Tadini ideò eccezionalmente l’allestimento, scene e costumi dello spettacolo di Giovanni Paisiello per la regia di  Andrée Ruth Shammah. 

Ma l’attivissimo Spazio Tadini stesso è stato interessato ad una proposta partita direttamente da Buganza che aveva portato nella location di via Jommelli 24 gli spettacoli-performance “Quadrat-4 Sorelle” e “Quadrat-Gulliver” dell’artista uruguaiano Armando Bergallo. Si trattava di una piattaforma multimediale che fondeva musica, video, danza, recitazione, action painting,parte del percorso di ricerca del contrabbandista Nicola Arata conosciuto da Buganza durante la Biennale di Venezia nel 2008.

Mi racconta di come fosse stato coinvolto nel favoloso mondo artistico di Bergallo, nella sua colonia artistica vicino a Bergerac in Francia formata da artisti, musicisti, danzatori e attori, che ogni anno realizza un piccolo festival di musica e pittura. Capisco come deve essere stata un’esperienza di immersione d’arte generosa, forse utopica, ma che fortunatamente è riuscita a fare arrivare in Italia un poco di quella polvere di magia.. peccato non esser stata presente a Spazio Tadini nel 2009.

Una rara immagine dello spettacolo Quadrat di Armando Bergallo, in scena a Spazio Tadini nel 2009Una rara immagine dello spettacolo Quadrat di Armando Bergallo, in scena a Spazio Tadini nel 2009

Il secondo nome è quello di Peter Greenaway, importante per me perché è stato soggetto della mia tesi di laurea, per cui Guido Buganza lavora nel 2007 a “Peopling The Palace” presso la restaurata Venaria Reale come scenografo e pittore.

Greenaway mi era già balzato in mente quando ho parlato alla rievocazione delgenius loci di Buganza, presente anche nei film dell’inglese, spesso metaforizzato da un personaggio enigmatico o beffardo. Ho collegato anche l’opera dei due nel differente approccio al pensiero della vita in un luogo splendido ma ormai abbandonato. Buganza affronta l’assenza come aggirandosi nell’intimità del singolo umano per dichiararne il passaggio, nei “Quaderni Milanesi”, mentre il regista ricostruì la vita di corte per filo e per segno, ricreò un’immaginaria e generosa schiera di rumorose presenze, con tutta la sua ridondante gerarchia tra servitori, cuochi e dame, nell’installazione multimediale.

Guido BuganzaGuido Buganza – installazione Peopling the Palace di Peter Greenaway, il pavimento in cuoio è stato realizzato da Buganza in veste di scenografo

Fu in una parola più “teatrale” nel senso della spettacolarizzazione delle azioni, e corale rispetto al lavoro per il Diurno, ma la logica della finzione ha coinvolto più del previsto Buganza che mi ha raccontato di esser stato ingaggiato inizialmente per contribuire alla scenografia, e di essere stato poi notato dallo stesso Greenaway che gli chiese di dipingere. Ho chiesto in che modo, dato che non ricordo interventi pittorici nella video installazione: l’artista ha colmato le “lacune” delle riprese ai ritratti di corte reali della reggia, ritraendo attori come se fossero i personaggi storici mancanti.

Quando vidi al tempo l’opera non me ne ero accorta..così il gioco dell’artificio edella beffa della ricostruzione ha funzionato in pieno stile Greenaway e Buganza ha dato prova della sua capacità tecnica come pittore, ciò che ancora oggi rientra nel suo lavoro come caposaldo.

Di questo mi aveva parlato quando volevo conoscere il legame con la sua iniziale attività di incisore: una disciplina che presuppone la “priorità tecnica” e che ha “innestato il suo DNA” nella pittura, così che con la padronanza di uno stile, aumenta il “grado di fiducia nelle proprie possibilità” e la realizzazione di un soggetto nasce e cresce agevolmente, procedendo subito come “divertimento”, rivelando la personalità dell’autore aggiungo io.

Termino ricordando che questa sensibilità intimista e tecnica ha attirato negli anni l’attenzione di critici e uomini di cultura del calibro di Aldo Busi, Vittorio Sgarbi, Nicola Gardini e Mario De Micheli.

Cosa ha lasciato Quaderni Milanesi in me: l’immersione nell’atmosfera dell’assenza rivelatrice attraverso il colore ad olio, e il respiro del teatro in pittura.

Michela Ongaretti